Decomprimere il fumetto


A.C. Nonostante nei ventanni precedenti vari artisti e gruppi avessero dato nuova linfa al media, il fumetto e il suo linguaggio negli anni Novanta era un mondo che agli occhi dei giovani disegnatori che si affacciavano sulla scena costituiva un blocco compatto di linguaggi, tecniche e convenzioni, stratificate una sull'altra, pronte ad essere sovvertite.
La rivista Katzyvari in tal senso è un decompressore di questi parametri, che spacchetta un mondo di codifiche: ma anziché raccoglierli in una sola cartella li disperde (a calci) nel database dell'immaginario, sparpagliando le singole informazioni e lanciandole verso le più improbabili direzioni. Un po' come avvenne in America con gli Snatch Comics di Robert Crumb, S. Clay Wilson e soci sul morire degli anni Sessanta, ma con l'aggiunta di un romanissimo chisséne da un lato e di una solerte e sempiterna incazzatura con l'establishment dall'altro. Sulle ceneri di certo sentimento underground, che funge a mò di fertilizzante, ecco germogliare un carico di storie dove è di casa lo sberleffo satireggiante, il grottesco, il nonsense, il piacere di distruggere apparentemente senza scopo, di intridere con una sessualità congestionante e madida di sudore la giornata media dell'italiota medio, che annaspa tra i volti catodici, vittime delle aggressioni ordite dai pennarelli del Katzyvarietà.



Capita spesso che nelle storie di Diavù si palesino personaggi nudi, un po' come nel cinema horror (e di denuncia sociale) lo zombie è nudo. Gli inquilini del condominio Italia negli anni Novanta sono (già) morti viventi, e si rotolano in questa bagna càuda d'orrore quotidiano dove macerano corpi e nessun pensiero: per cui necessariamente su Katzyvari tutto è azione, la miseria dei corpi restituisce la miseria dell'atto, essi siano filiformi (Ottokin), nerboruti (Piccoli), carnosi e carnali (Diavù) o corrotti e sedentari (Ale Pop).
Un teatro della carne, un luna park dell'umano squallore.
Venghino signori, da questa parte, il Katzyvarietà è qui per voi.