Mi sforzo, ma non ci riesco a ricordare: date precise intendo. Una cosa la ricordo però.
Negli anni novanta, tutto sommato, io ci stavo bene. Per tutta la loro prima metà non ho fatto che studiare (e bisogna ammetterlo che studiare è la cosa che più si avvicina al non far niente, comunque sempre meglio che lavorare), viaggiare, ascoltare musica e leggere fumetti. C'era solo una cosa che non funzionava, ed era a proposito del leggere i fumetti: le librerie specializzate erano invase da fascicoletti originali di superuomini in calzamaglia con le grinze inguinali e un po' fascisti; nelle librerie di varia non c'era mica la vasta (disordinata e disorganica, è vero ma sempre meglio di niente) abbondanza di oggi, c'era proprio niente anzi; e poi le riviste che tanto mi avevano dato nel decennio precedente: tutte morte o in metastasi. Alter-Alter e Orient Express erano morte nel 1985. Comic Art, nonostante dal 1988 la dirigesse (se non ricordo male) Oreste Del Buono, era niente altro che un contenitore senza progetto, poco più o poco meno dell'Eternauta. Linus era in un coma profondo e quel che è peggio è che la lunga agonia di Frigidaire, cominciata negli ultimi mesi del 1988, anche se durerà più di un decennio, aveva raggiunto il punto di non ritorno (almeno dal punto di vista dei fumetti – con l'eccezione del Ramarro di Palumbo che sarà normalizzato da Brolli su Cyborg) già all'inizio degli anni novanta.
Insomma. Un deserto editoriale. Però c'erano delle oasi. Che poi scoprirò che dietro c'era anche tutta una teoria sociale e politica, quella del contradditorio Peter Lamborn Wilson (mai sentito parlare delle Zone Temporaneamente Autonome?), ma che in quel preciso momento mi sembravano veramente solo luoghi di ristoro intellettuale.
Ora. Quello che leggo in giro mi da l'impressione di essere dominato da una certa tendenza agiografica, almeno per Milano, a ricondurre e ridurre tutto all'Happening Internazionale Underground. Certo. L'avvenimento organizzato per sette anni dal 1996 al 2003 da Marco Teatro ha avuto il pregio di fare una specie di mappatura di quelle oasi. Ma quelle oasi esistevano prima e continuarono a esistere dopo. Ed esistono adesso.

Mi sforzo, ma non ci riesco a ricordare: date precise intendo. Una cosa la ricordo però.
Mi ricordo che una di quelle oasi degli inizi degli anni novanta stava a Milano, a due passi da casa mia, in via Savona. Un buco che si definiva associazione culturale e si chiamava Whip. Ci andavo spessissimo. Perché era pieno di cose incredibili che si potrebbero definire underground. Musica e riviste. Ci scoprii gruppi come i Punkreas, di cui avevo comprato il demo Isterico, e i Peggio Punx il cui album Alterazione della Struttura mi fu, non scherzo, propedeutico alla scoperta di Derrida e del decostruzionismo; poi le riviste come Decoder la cui lettura del numero 5, in particolare, la considero un momento fondativo della mia crescita intellettuale o DeriveApprodi e altre leggerezze simili.


Mi sforzo, ma non ci riesco a ricordare: date precise intendo. Una cosa la ricordo però.
La seconda volta che ho incontrato Massimo Galletti è stato al centro sociale Garibaldi durante un festival underground in cui suonavano i Punkreas. Non credo proprio che fosse uno di quelli organizzati da Teatro, perché nel 1996 Massimo, Alberto e io già macinavamo un tratto di strada verso la nascita della Rasputin. Quella sera io ero lì al Garibaldi per loro i Pankreas, Massimo, che di musica non capisce niente, probabilmente per i fumetti. Ed era molto prima del 1996. Sarà stato il '93 perché i Punkreas ci suonavano (splendido concerto) United Rumor of Punkreas, il loro primo album del 1992. Poi ricordo questa cosa: che ci avevo trovato una rivista di fumetti nuova, che m sembrava potesse essere una di quelle oasi. Il primo numero di Katzyvari. Quindi era (sicuro) il '93.
Se la riguardo oggi, Katzyvari mi appare per la cosa progettualmente deboluccia che era. Però, cazzo, ci stavano dentro le cose di Sandro Staffa e di Maurizio Ribichini. E poi fu fondamentale: ci (ri)scoprii Dave McKean, che avevo distrattamente conosciuto malamente pubblicato sulla brutta Horror di Comic Art. Insomma in quegli anni lì, quella rivista lì mi era sembrata almeno l'innesco di una bomba che deflagrerà con un'altra testata. Fondamentale questa.


Mi sforzo, ma non ci riesco a ricordare: date precise intendo. Una cosa la ricordo però.
Proprio all’inizio degli anni novanta avevo visto il film che quello che ritengo uno dei più grandi registi viventi, David Cronenberg, aveva tratto dal Pasto Nudo di William S. Burroughs. Subito dopo recuperai il libro, in una vecchia edizione Sugarco e lo divorai. Sai che il mondo in cui si muove il protagonista è chiamato Interzona. Ora non sto a fartela lunga, che dovrei collegare le teorie sulla rete alternativa e le nuove carni che leggevo su Decoder senza capirle a fondo a quella terra di confine tra realtà e allucinazione che Burroughs chiama appunto: Interzona. Capirai allora perché quando, sarà stato il 95 e sospetto fosse allo Sqott di viale Bligny – dove ero passato per non ricordo quale concerto - ravanando tra le pubblicazioni in vendita, oltre ai libri della Topolin di Jorge Vacca, la mia attenzione era stata catturata da una rivista che si chiamava INTERZONA.
Cazzo. C’era uno bravissimo in copertina che non conoscevo. Si chiamava Daniel Zezelj (sai, non leggevo quella merda de Il Grifo). Al di là di eventuali condivisioni ideologiche e culturali, era una rivista con un progetto culturale (che appunto derivava le visioni comunicazionali burroughsiane aggiornandole con William Gibson e Wau Holland) e un’idea di fumetto. E soprattutto con un’idea di diffusione alternativa al mercato edicolare in cui il fumetto stava morendo su rivistucole deprivate di ceatività. Come forse non mi capitava di leggerne da dieci anni. Devo ammettere che mi ha formato. Al punto che mi ero messo a fare, insieme ad altra gente molto tosta, una fanzine (andavamo a stamparla di nascosto alla tipografia del PCI, in via Volturno, figurati) che si chiamava Sfregi. Non pubblicava fumetti ma voleva esser una via di mezzo tra l’Internazionale Situazionista e Decoder. Ne abbiamo fatti tre numeri. E poi una volta abbiamo organizzato pure una mostra nel Centro Sociale Vittoria sulle cattive innocenze del fumetto underground, ma non se la ricorda nessuno. Sinceramente nemmeno io mi ricordo bene di cosa si trattava.


Mi sforzo, ma non ci riesco a ricordare: date precise intendo. Una cosa la ricordo però.

Che la vitalità intellettuale che si respirava nel mondo sotterraneo in quegli anni deprivati di tutto (soprattutto nel mondo dei fumetti e soprattutto in Italia, che negli altri paesi succedevano cose fondamentali) ci ha influenzato in modo fondamentale. Tanto è vero che ci ritrovammo, nel 2000 o nel 2001 credo, al Leoncavallo nel pieno del periodo più istituzionale dell’Happening Internazionale Underground a presentare i libri Rasputin.

Non ne vendemmo nemmeno a sufficienza per coprire il costo del banchetto.

 Ma in fondo i ragazzi che ci capitavano erano lì, come me dieci anni prima, per bere fumare e ascoltare musica, mica per comprare libri.