Quello che posso dire a riguardo dell’H.I.U. è che per me - che venivo dalla provincia - era visto come quel “luogo” in cui ci si poteva relazionare con altre realtà, quelle internazionali ma anche e soprattutto quelle dislocate nel nostro territorio. Un crogiolo di esperienze differenti, che partivano dall’esigenza comune di esprimersi attraverso un linguaggio originale e soggettivo non vincolato ad estetiche e contenuti imposte dai media o dalla morale comune. Forse la sensazione che mi rimane con maggior intensità è proprio quella legata allo scambio di opinioni, al confronto estetico senza un giudizio basato solo sul gusto, ma soprattutto sulla qualità del rapporto tra forma e messaggio in essa contenuto.

Suppongo sia stata in quel periodo la ricerca di un linguaggio adatto ad urlare la mia esperienza della realtà a far si che per l’edizione del 2000 Ale Pop e Alter Vox decisero di esporre anche dei miei disegni. In quell’ occasione ho conosciuto alcuni artisti che stimavo e con i quali sono ancora in contatto.


Confesso di avere dei ricordi poco lucidi di quel periodo, un po’ per lo stile di vita poco ortodosso che conducevo e un po’ per il tempo che è trascorso da allora. Per questo motivo non so se sia stato proprio in quell’anno, ma è ancora forte in me l’emozione di aver potuto vedere per la prima volta dal vivo i collage di Winston Smith e i lavori di alcuni artisti americani il cui lavoro cominciava a circolare in Italia anche e soprattutto grazie allo sforzo fatto dagli organizzatori dell’H.I.U. Un altro brivido l’ho avuto durante l’intervista a Zograf , in collegamento telefonico dalla Serbia durante il conflitto che imperversava in quei giorni. Ecco ho avuto la sensazione che attraverso l’azione all’H.I.U. si tentava di far capire come la vita vera poteva trovare espressione attraverso forme e storie che ne restituivano il sapore.

Ripensando all’happening mi rimane il ricordo di una grande vitalità, del fatto che ad ogni latitudine ci fossero persone che lavoravano per dar voce ad una minoranza che ci teneva a dimostrare che si poteva e si potrebbe ancora pensare di dover ragionare con la propria testa, cercando di resistere ai condizionamenti di un sistema la cui arma più forte è la comunicazione. Diciamo che ci vedevo quella che con l’espressione l’unione fa la forza poteva essere l’occasione per lasciare una traccia e per mettere giù un primo mattone sul quale si sarebbe potuta costruire e sviluppare una realtà differente e vitale, piena dei colori della diversità e dei suoni dello scambio di interessi. Purtroppo a mio avviso quello che è stato seminato in quei giorni è cresciuto in maniera disomogenea facendo si che in molti casi, ad una ricerca di un linguaggio originale, si sia sostituito il desiderio di piacere a tutti i costi portando il linguaggio ad un appiattimento pericoloso. Io lo chiamo il “virus del clone” che si è insinuato anche tra quelli che dovrebbero o credono di essere dei liberi pensatori. Ci sono indubbiamente delle nuove realtà che hanno accolto gli sforzi fatti in passato, dando origine a delle nicchie di pensiero autonomo. Ma è proprio questo che trovo frustrante, ovvero che a tutt’oggi siamo ancora costretti a parlare di linguaggio di nicchia e sembra quasi si sia ristretto, ancor più di un tempo, lo spazio in cui potersi esprimere liberamente. Ho l’impressione che di questi tempi la ricerca di un pensiero originale sia diventata un peso sia per chi la fa e sia per chi la fruisce. La cosa si deve, a mio avviso, al semplice motivo che si sono rarefatti gli strumenti per comprendere il valore delle differenze e per riuscire a decifrare forme e accettare contenuti che a volte possono creare un lieve disagio dal quale però si può trovare uno stimolo a crescere.

Vuoi vedere che sono riusciti a fotterci ancora una volta?