Stati gassosi della verità di Daniele Brolli

Diario di un qualunquista, Fernandel, 2007


In queste pagine, in cui il segno grafico è passato attraverso una mola da arrotino fino a trasformarsi in parola e, viceversa, in cui la calligrafia si è ribellata all’impulso normativo del lettering divenendo disegno, c’è una frase (e non a caso appare nell’apertura di questo volume) che più di ogni altra produce ferite al nostro desiderio di rifugiarci nella monotonia rassicurante di una vita al riparo dai dubbi: “Diceva la verità”.

 

Morte e verità convivono in uno stesso momento, come se in certe parti del mondo dire la verità fosse un prologo alla morte. Nel nostro Occidente ovattato, quella che potremmo definire morte per verità è una morte civile: affrontare la nuda verità, spesso così tragica e inevitabile, porta all’emarginazione intellettuale, all’obliterazione, alla rimozione. La verità è esteticamente ininfluente, non intrattiene, non diverte. Questa è una civiltà in cui la verità viene spesso rimossa grazie al comico nella sua forma più becera e alla finta satira. La verità diventa quindi un percorso fuori dalla società, dove l’idea di qualunquista, che traspare nel titolo di questo libro, è quella di una persona che scompare dietro le false opinioni, nascosta della stordente fabulazione del potere. Un qualunquista etimologico, che rifiuta di partecipare a dispute che tengono lontana la verità del mondo. A quel punto ha due alternative: andare dove la verità mette a rischio la propria incolumità, restare dove la verità cancella la propria identità.

La seconda, per paradosso, mi sembra la scelta più difficile, la più scomoda, la più frustrante, quella in cui si diventa invisibili nel mare dell’omologazione.

 

Nel regime dei segni – che non sono quelli grafici ma di status, in cui ognuno accumula evidenziazioni cercando di rendersi più visibile degli altri e costruendo solo una combinatoria priva di sostanza, fondamento del regime del simulacro – la verità è superflua.

Il qualunquista di cui sopra nel suo diario non solo lancia i suoi messaggi in bottiglia rimanendo oltre le soglie del visibile, ma annulla ogni forma ideologica di somiglianza, disgrega corpi, facce, oggetti, armi, figure, luoghi… attraverso la ricerca di una loro rappresentazione ideale (che altro è se non verità anche questa?), di un’identità con il concetto espresso dalla loro storia che finisce per divenire sintetica fino alla sparizione dell’originale. Una versione che si trasforma in virus per essere inoculata in una zona remota del nostro cervello in cui è rimasta sepolta la consapevolezza di ciò che è differente e ciò che è uguale.

 

Un diario è una costellazione in cui tutte le dimensioni e gli stati della materia, anche quello degli astri gassosi (pur sempre mortali per noi esseri viventi), sono ammessi. Esemplare la rilettura la fascismo attraverso piccole contraddizioni, aspetti minori, laterali, impalpabili nella dimensione della storia maggiore, ma estremamente rivelatori nel contemporaneo (vedi per esempio alla voce “sabato fascista” o a quella utilizzo del “voi” e del “lei”).

 

L’autore di questo diario non è l’autore di questo diario. I fatti gli sono entrati dentro come un’eco, hanno sbattuto qua e là contro le pareti della sua coscienza e sono riemersi dalla centrifuga perdendo qualsiasi connotazione temporale: sono diventati simbolici, scarni e scarnificati, esaurienti e politici. Sono una cronaca interiore che vale in qualsiasi epoca, che per evadere dal recinto approdano anche alla lingua inglese.

 

I ritratti che trovate sparsi nelle pagine negano presto l’originale, lo decostruiscono, lo interiorizzano e lo risputano per quel che è, con le sue scelte (a volte atroci), con le sue massime che sono il massimo del qualunquismo. Basti la citazione di Leo Longanesi, così ambigua da sembrare un’accusa, così vera da fare paura, così contraddittoria da ritrarre l’Occidente, in via di sparizione, del terrorismo sconfitto, del terrorismo inventato, del terrorismo provocato, del terrorismo a fin di bene: “Non bisogna appoggiarsi ai principi, perché poi si piegano”.

Tutti a casa.