Sangue in Algeria di Tahar Lamri

Testo in catalogo “Sangue in Algeria”, Perugia, Galleria Miomao, 2008


Parlando del lavoro di Joe Sacco (Palestina), Art Spiegelman disse: «In un mondo dove Photoshop non permette più di distinguere il fotografo dal bugiardo, permettiamo agli artisti di ritornare alla loro funzione iniziale: il reportage».
Gianluca Costantini in questa serie di disegni trasforma le foto, il “reportage fotografico”, attraverso un lavoro di memoria e di reinvenzione, e riscrive i disegni, tracciando delle didascalie che sono parte integrante del disegno stesso, in un motto di ribellione contro il verbo “leggere” applicato al fumetto. Fa scoppiare le nuvolette e ci fa entrare nella storia a lungo occultata della guerra di liberazione algerina, con sequenze al confine fra il fumetto, inteso come tracciato dai contorni netti, e la miniatura, nella non-riconoscibilità-riconoscibilità dei personaggi, con la calligrafia, arte islamica per eccellenza e l’omogeneità delle icone dell’arte sacra.
In italiano si dice “scrivere un’icona”, e le icone sono scritte per svelare l’invisibile, Gianluca scrive le icone della guerra d’Algeria e, pur prendendo parte per i partigiani che hanno liberato il Paese, sceglie anche sequenze dove i partigiani diventano carnefici. Adotta, a volte, le didascalie coloniali utilizzando la parola “terrorista” in varie tavole. Parola utilizzata ovviamente dagli occupanti francesi, e non certamente dagli algerini.
Scorrendo i disegni, si ha la sensazione che mettano ordine in un disordine storico. In poche tavole, costruite lontano dalle convenzioni del fumetto, ma anche dai canoni dell’illustrazione, Gianluca Costantini mette in scena con abilità l’intensità drammatica e la volontà di mostrare tutti gli aspetti della Guerra d’Algeria, con estrema obiettività, senza alcun giudizio di valore su nessuno, fosse anche un semplice ritratto di donna.
Forse è questa associazione del tratto, ora fine, ora duro e espressivo, una specie di incoerenza, che mette in scena nello stesso momento la presenza e l’assenza dell’uso delle didascalie – che non sono in alcun modo didascalie in quanto parte integrante del tratto - della realtà che emerge al di là della fonte fotografica inerte (“immortalata” si dice, a mio avviso impropriamente, a proposito degli scatti fotografici, della vita che assumono questi fotogrammi una volta diventati china nera su carta, quando sotto lo strumento da disegno, padrone assoluto della luce, scompaiono gli sfondi che la foto non può evitare, a meno che non sia manomessa successivamente, della loro qualità, poiché danno la sensazione di leggere un album compiuto di grande importanza. Ma non è una sensazione. È un fatto).
Questo insieme di disegni non vuole essere un documento storico, ma incita a leggere la storia diversamente, a prendere coscienza di una storia occultata dai francesi e dagli algerini stessi.
Le parole intimamente impastate ai disegni che compongono questo album si impongono a noi lentamente e partecipano alla costruzione delle rappresentazioni e di una memoria della guerra d’Algeria.
Noi sappiamo che le parole in quella guerra sono state confiscate dal primo giorno del suo scoppio: per i media francesi dell’epoca si trattava di eventi d’Algeria, per poi tramutarsi in guerra, per gli algerini si è sempre trattato di rivoluzione. Pure l’uso del termine battaglia ha avuto vari significati, anche contraddittori (adottato in seguito anche dagli algerini) perché i paracadutisti ingaggiano battaglie, non fanno operazioni di polizia.
La lettura a volte sorprende, con un uso poco convenzionale, fuori dai canoni classici del fumetto, per un certo scarto, a volte, fra il testo e ciò che appare dalle illustrazioni. Il grafismo a base di tratti larghi non si ferma a delle fioriture, e quando lo fa, lo fa soltanto per portare delle sfumature nei giochi d’ombra. Sull’uso delle macchie in questi disegni ci sarebbe da scrivere trattati interi. Evocano sangue, napalm, distruzioni. In definitiva la foto è libera di rappresentare anche senza significato o senza significare, il fumetto (la narrazione grafica) e soprattutto un disegno che racchiude in sé un testo e di conseguenza tesse una trama, raggiunge per forza l’arte della miniatura dove è bandito il ritratto.
Così seguiamo gli eventi d’Algeria da 1954 al 1962, primi attentati di una manciata di nazionalisti (raggruppati in seguito sotto la sigla F.L.N – Fronte di Liberazione Nazionale-) che generano una reazione a catena politica ed economica orribile. Le sommosse di Algeri del 13 maggio 1958 provocheranno, oltre alla miseria e al terrore nella colonia, la caduta della IV repubblica e la chiamata del generale Charles De Gaulle al potere, prima dell’indipendenza nel 1962.
La Guerra d’Algeria narra la sofferenza di un popolo, il suo eroismo forse, ma anche una crisi istituzionale che ha messo l’esercito francese contro l’elite politica dell’epoca.