Opus quotidianum di Sabina Ghinassi

Testo per la mostra Opus quotidianum, Ravenna, Galleria Mirada, 2009


Con i quattro lavori che Gianluca Costantini presenta a RavennaMosaico ci troviamo di fronte ad un curioso gioco degno di un trickster dell’arte. Chi conosce il suo percorso artistico ama l’inequivocabile talento dell’illustratore, la satira amara e pungente, sempre sintetica, il tratto grafico tagliente ed espressivo, ma, magari, non sa nulla delle trascorse esperienze musive, culminate in una serie di piccole opere-icone in micro mosaico diventate, per gli amanti del genere, oggetto di culto. Ora, diversi anni dopo, Costantini è tornato al mosaico con una verve di grande forza che riannoda le fila con quelle prime icone e le unisce consapevolmente alla sua poetica attuale, al suo gesto, alla sua riconoscibilità stilistica. Può esserci un mosaico che racconta una riflessione critica sul nostro tempo? Un gesto meditativo che rispecchia l’addensarsi di un pensiero, di un’immagine che diventa tarlo, che è scomoda e respingente per la nostra coscienza collettiva, un gesto che riesce a tagliare con mano dolce e crudele al tempo stesso quell’immagine e a riempirla di un senso vero, reale, definitivo? Sicuramente è una scelta scomoda, un po’ fuori dal coro di questi giorni assai narcisistici. Ma di queste scelte Costantini ne fa in continuazione e, quindi, perché non osare un azzardo, in direzione non molto glam, almeno sulla carta? Una direzione che racconta ancora una volta l’attualità e le possibilità infinite del mosaico e lo fa in modo nuovo e sorprendente, pur non perdendo ( ma questo vale anche per la sua attività di disegnatore) l’eleganza. Così sono nati i lavori in mostra: non sono “ le tavole” di Gianluca tradotte in mosaico, ma un mosaico di Costantini, pensato e realizzato in team con i ragazzi, bravissimi, di Koko Mosaico. Lasciandoci alle spalle le polemiche da ordine della beccata sul mosaico eseguito da cartoni e sulla lotta artista-mosaicista esecutore, ormai tanto imbarazzanti quanto arcaiche( qualcuno si è mai posto lo stesso problema davanti ad una delle ceramiche di Giosetta Fioroni realizzate dalla Bottega Gatti di Faenza?), ci troviamo di fronte a qualcosa di innovativo e, perché no, anche di bello, piacevole esteticamente ed armonioso. Nessuna traduzione rigidamente a plàt, ma una curiosa tridimensionalità data da superfici sfalsate che “ raccontano le figure”, come pure le orditure e la scelta dei materiali, gli interventi grafici, la sintesi ed il dettaglio cromatico, materico, di texture, sempre calligrafico, quasi impercettibile, ma in grado di costruire il senso generale. Sono quattro storie diverse: un bambino che fugge da una palla; un soldato che picchia con il manganello un manifestante; un uomo ucciso dal volto insanguinato; una donna sensuale che si offre languidamente a qualcuno. Quattro immagini che diventano exempla della nostra contemporaneità: un bambino che corre con un’espressione attonita ed impaurita, un bambino che può giocare, in tante parti del mondo, con una granata e morire, così, in un attimo in mezzo ad una strada polverosa o in un campo d’ erba; un corpo a terra che può appartenere a qualsiasi vittima innocente di una delle nostre mille barbarie – a noi la scelta -; la brutalità della forza e del sopruso di un grande soldato che minaccia con un enorme manganello un civile e, dulcis in fundo, un languido nudo femminile, in posizione prona, degno delle migliori fantasie maschili in tempi di escort, dominati da un concetto di donna mercificato, patinato, bombardato i botox e filler vari, dai 15 ai 65 anni.

 

Ma queste sono didascalie in fondo non necessarie per i lavori di Costantini. Per lui, il primo elemento resta sempre l’immagine d’insieme, quasi le tessere ed il gesto servissero da medium per ricomporre, criticamente e lucidamente, come in un grande affresco, il nostro hic et nunc attuale, l’axis mundi di una società che ci sforziamo di ignorare o alla quale siamo ormai tristemente abituati. E per raccontarlo, con un sorriso intriso.