Il mantice del morosofo di Alberto Zanchetta

in “inguineMAH!gazine”, n.4, Roma, Coniglio Editore, 2005


Molto si è detto e scritto a proposito delle machines célibataires, merito soprattutto delle dissertazioni di Carrouges; ragguardevole anche il numero delle macchine alchemiche nate per mano di Claudio Costa; il genere delle Macchine Supreme sconfina però ben oltre gli argini del novecento procrastinando un dibattito che ha radici assai profonde. Dai suoi rizomatismi dovrebbe anzi ripartire la questione anagogica mettendo al bando tutta una contemporaneità che insiste su frivoli temporalia. Sarebbe insomma necessario approfondire la conoscenza di una qualsiasi Macchina Suprema, interrogarsi su quale sia la causa prima, quale l’effetto, per scoprire, quasi certamente, che suo “principio e fine” è in realtà la fabrica umana, l’homme machine.
In una prefazione all’opera, Giovanni Barbieri definiva «pazzo» Gianluca Costantini. Per quanto disinvolta, l’affermazione racchiude in sé l’idea romantica che accetta il folle come l’altra metà del cielo, come doppelgänger del genio artistico. Dopotutto «fu necessario che Cristoforo Colombo partisse con dei pazzi per scoprire l’America. E considerate come questa pazzia abbia preso corpo e durata» [Breton]. Al di là di una presunta albagia, Costantini incarna la figura del morosofo (“saggiamente folle/follemente saggio”) e con lui l’eccentrico Milos - infinitamente diverso - affetto da disturbi mentali, arbitrarie amnesie, del tutto incapace di riconosce il mondo che lo circonda. Persino le cose più banali e semplici gli risultano arcane. «Carneade, chi era costui?» potrebbe ripetersi in eterno. Nonostante la malattia gli ottunda i sensi, Milos ha l’innocenza di chi guarda il mondo per la prima volta, con stupore, meraviglia, voluttà. Contempla l’incanto di ogni cosa, di ogni evento, di ogni minuzia (e nelle tavole di Costantini i particolari si sprecano, ciascun dettaglio-decoro concorre alla creazione di un intricato arazzo). Malgré lui, Milos rientra nell’alveo dei pazzi ritratti da Géricault, quantomeno per l’affezione monomaniacale della propria morte, di cui conosce il giorno, il mese, l’anno [vivitur in genio: caetera mortis erunt]. Pazzia o illumination?
Egli contempla un mondo che crede estraneo, ma che non gli è mai stato più vicino di così. Il dramma individuale finisce tuttavia per inquinare la società, e con essa degenerano anche i rapporti interpersonali (lo testimoniano le debolezze dei personaggi femminili: madre e fidanzata commettono adulterio). Pertanto, la frattura diventa baratro. Cloison che ritroviamo anche nel segno, un nero livido, compatto, che contorna le figure nel più classico stilema dei comics. Cloisonnisme, i cui antecedenti storici risalgono alle vetrate e ai mosaici medievali.
Il puzzle-visivo di Costantini sembra non avere mai termine, i tasselli che lo compongono non accennano a esaurirsi. Ogni immagine è un universo di segni, impossibili da districare, da isolare, talmente tortuosi che finiscono con l’avvolgersi su se stessi, simili alle spire che stritolano il serpente. Grovigli di fiori, nuvole, capelli, uccelli, rovi, onde marine, costellazioni... le tavole sono degli arcipelaghi in balia di vortici-texture su cui l’occhio percuote, perdendosi. Benché ingordo, benché pantagruelico, l’aspetto dominante nel tratto di Costantini è il senso ritmico. Per nulla ingenuo, sempre incline alla citazione, alle volute del Modern Style in perenne conflitto con le linee rette e gli spigoli taglienti.
Nell’engagement expérimental intrapreso da Barbieri e Costantini sorprende soprattutto l’asincronia dei linguaggi, un procedere parallelo che si interseca, coesiste, pur imponendo la diversità, la complessità, la gerarchia dei rispettivi idiomi. Il testo fa infatti seguito al disegno - non viceversa - smentendo quanto professava l’evangelista Giovanni (in principio erat verbum e il verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio). I due autori, ciascuno a proprio modo, amministrano il tempo della Macchina Suprema che altro non è, se non un grande cronometro che scandisce i rintocchi della fine, un ordigno di morte la cui vittima designata è Milos.
Una volta Einstein disse che avrebbe preferito fare l’orologiaio, se solo avesse potuto immaginare quali sarebbero stati gli sviluppi delle sue ricerche; conseguenze che hanno cambiato tutto «tranne il nostro modo di pensare». Non rimane dunque che il pneuma/noema, soffio sublime, processo aerobio, quintessenza del genio, del folle (“sacco pieno d’aria”) che alimenta, dà vita alla vita.

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«Per quanto ne so - affermava Russel - nei vangeli non c’è nemmeno una parola di lode all’intelligenza» eppure, lo si legge nell’Elogio di Erasmo, «Nessuno [...] offre sacrifici o innalza templi alla Follia» perché (per dirla con Blake) the road of excess leads to the palace of wisdom.