Freethinker di Fabrizio Passarella

Freethinker, Necron Edizioni, 1997


"Com'è difficile essere felici e com'è pericoloso guardare dalla finestra".

 

Ci sono individui segnati, anime timbrate dal marchio di una speciale grazia dolorosa. Li si riconosce sempre, non importa dove si trovino, se abbiano aperto le ali, o se stiano, stentando, di alzarsi in volo. Nelle anse di uno speciale tatuaggio - per chi lo sa vedere - è segnato il codice di ciò che saranno : e faranno sempre la stessa cosa, perfezionandola per tutto il loro cammino. Percorreranno senza esitazione le mappe particolari stabilite con precisione dagli ingegneri dei destini, quale che ne sia il prezzo. Quando l'ho incontrato, Gianluca camminava già un metro più avanti e una spanna più in alto di tutti, impressionante nella sua determinazione e nella sua fame onnivora di saperi e tecniche, ma nel lasso di pochi anni il suo lavoro ha avuto un'evoluzione e ha raggiunto una perfezione stupefacenti, fino a sintetizzare questa lunga e appassionata filigrana che si dipana su pagine miniate. Lo spirito di Seraphita le percorre e vi alita, precipitando in abissi-mandala, innalzandosi in vortici di calligrafie, passando attraverso griglie di una crudeltà sottile e disincantata che solo i cuori più incantati conoscono. Il segno raffinatissimo, di un Beardsley postmoderno si potrebbe pensare, se questo paragone non fosse contraddetto dall'apparente ingenuità dei suoi personaggi, che a guardare bene, però, sintetizzano il candore di una generazione allattata con il latte velenoso del Punk, di Frigidaire, degli androidi gibsoniani, delle tenebre acquarellate di Dave McKean, ma anche, e in maniera del tutto involontaria, ne sono certo, delle maschere pineali di Ontani, filtrate attraverso il pervasivo splendore ieratico ravennate, quella sua particolare anemia bizantina. Il segno raffinatissimo si diceva, si deposita instancabile in concrezioni bidimensionali di fiori giapponesi, onde neoliberty, profili egizi, scarafaggi e ratti di un'eleganza quasi dandy, in un instancabile repertorio di decorazione sontuosa che sublima nella china beardsleyana - appunto - il percorso circolare di culture "altre" catturate e citate con il candore e la sapienza di un ufficiale di pattuglie angeliche. Gianluca racconta, con la virtuosa sicurezza di un maestro, storie spezzate, involute, di creature araldiche - disarmanti incarnazioni in B/N della sua armatissima innocenza, dove il ricordo, la nostalgia del futuro, il diario e la citazione romantica si intervallano come un codice celtico( o arabo, o Maya), lontani eoni da quello che siamo abituati a chiamare fumetto, anche quello new wave, ma che sono piuttosto il diario di un serafino in esilio, che, attraverso piccole cosmogonie segniche, tenta di tracciare - per la gioia dei nostri occhi e dei nostri cuori -, mappe per il ritorno ai cieli più sottili, agli abissi più luminosi, con la pazienza instancabile e generosa di un benedettino che sa dover preservare il ricordo di ineffabili scienze dopo il collasso della civiltà.