Esortazioni a un webmadonnaro di Marco Pellitteri

In Cyberzone n.17 anno VII, 2003


Gianluca Costantini è un artista stra-ordinario.

E’ un innovatore.

Scrivevo in un numero di “Fumo di China” dell’inizio del 2001, nella recensione di un suo libretto, Archeangiolie, e del catalogo della sua mostra personale Decoration of Existence: “siamo testimoni del genio visivo di un artista straordinario […] a mio modesto avviso l’unico “difetto” di Costantini è che l’ambito della carta stampata mi sembra un po’ stretto per le sue enormi potenzialità figurative. I suoi disegni, realizzati con estrema disinvoltura in un’unione di matita, pennello e computer, sono troppo costretti non solo nella monocromia ma soprattutto nelle due dimensioni della pagina”.

Non ci sono parole migliori di quelle dell’autore stesso, in certi casi, per esprimere sinteticamente il suo mondo. Ecco come si presenta, candidamente, con originalità, Costantini, in una lunga intervista che mi concesse medi addietro ancora per “Fumo di China”: “potrei dirti che non mi chiamo Gianluca Costantini, che è un nome falso, inventato. Cosa cambierebbe? Io non esisto: esistono le mie decorazioni, e sono loro che mi disegnano nel mondo. Sono stato a San Francisco? Ho conosciuto William Burroughs? Ho preso lezioni di fumetto da una bambina di cinque anni? Mi strapperei gli occhi per sapere chi sono veramente […] la visione si crea nel tuo cervello galleggiante, bisogna lascarsi andare in un’estasi da monaco tibetano mentre crea il suo Mandala, ipnotizzare la propria parte razionale. Cercare di non pensare. Cercare di dividere il corpo dalla mente […] La bugia come forma d’Arte, una teoria molto interessante e facilmente applicabile; tutto è discutibile. Non dovremmo essere consapevoli del fatto che stiamo ingannando noi stessi? Quanto più inganneremo noi, tanto maggiore sarà l’inganno; con questa energia imponiamo il nostro stesso inganno agli altri. L’arte stessa non è un processo di ricerca, un perseguire ammirazione, sicurezza, prestigio, potere. L’Arte è un inganno”.

Grazie a quell’intervista mi sono ricreduto circa il limite della carta stampata: Costantini è un visionario anche nel web e della multimedialità, e per l’appunto gran parte della sua innovatività sta nel saper sfruttare appieno le potenzialità di internet e del multimediale in genere, in continui fronti con i nuovi media, al termine dei quali esce spesso vincitore. Non senza fatica, certo, e non senza ferite. In altre parole, non senza errori e limiti progettuali, talvolta di ripetitività nei temi, o di non eccelsa qualità grafica in alcune sue opere più concettuali e al confine fra astrattismo e figurativismo. La storia dell’arte insegna tuttavia che dall’errore e dalla reiterazione di prove ed esperimenti scaturisce infine la sintesi suprema di un messaggio estetico. Costantini segue le sue strade e guida se stesso alla scoperta di sempre nuove formule.

E non è solo. Sempre da “Fumo di China”: “devo molto a Aubrey Beardsley, e al disegno giapponese, ma ci sono anche tanti altri come William Blake, Dante Gabriel Rossetti, Ferdinand Jodler, William Morris, Andreas, Bill Sienkiewicz, Alberto Breccia, i mosaici bizantini, Albrecht Dürer, Memling, Howard Chaykin, le icone greche e russe, tutto ciò che è decorazione, gli scrittori William Burroughs, Allen Ginsberg, August Strindberg, Shelley, Mallarmè, e poi la musica, Dead Can Dance, Current 93, David Sylvian, Maslimgauze, Ultravox, e cento altri”.

Fra essi c’è un numero relativamente basso di fumettisti e illustratori, e abbondano invece gli illustratori visionari e alcuni scrittori cruciali di certa letteratura beat e psichedelica. Ma mi rendo conto di aver usato delle etichette che forse sminuiscono il contributo di autori quali Allen Ginsberg e William Burroughs. Quest’ultimo, in particolare, è per Costantini una fonte sempre fresca di linfa artistica, d’ispirazione tematica e di suggestione. Forse si tratta di una sorta di padrino artistico, di nome tutelare. Non lo so, ma potremmo chiederglielo, un giorno o l’altro. Per adesso forse ci è sufficiente immergerci nel clima onirico, diaristico, lisergico del fumetto El hombre invisible.

Ma è poi un fumetto? Mah. Le definizioni possono uccidere, talvolta. Io vedo delle tavole, delle illustrazioni raffinatissime che commentano didascalie fortemente citazioniste – o forse sono piuttosto le didascalie che completano i disegni.

Occorrerebbe una gran competenza pre-testuale su Burroughs, Ginsberg e Kerouak (e sul Liberty? su Mucha? sulla Pop Art? su Kafka? sull’arte stocastica?) per cogliere i riferimenti testuali e iconografici uniformemente spalmati, come si dice oggi, da Costantini nelle sue tavole. E tuttavia è lecito chiedersi: il limite è del lettore, se magari conosce questi autori e le relative citazioni, oppure Costantini si rivolge a un pubblico eccessivamente colto, elitario? E’ per questo che lui e gli altri artisti di simile area culturale sono amatissimi in certi ambienti e non emergono a livello mainstream? E poi, al loro importa qualcosa? Sinceramente spero di sì, per una ragione tanto semplice quanto poco considerata in alcuni ambiti artistici: che l’arte non dovrebbe essere per gli happy few (che poi tanto happy non sono più da tempo, e tendono peraltro a divenire sempre più few) ma essere estesa il più possibile.

Però come si fa a convincere ma zia Cettina a leggere il pasto nudo anziché l’ultimo “Harmony”? Mi vengono scherzosamente in testa proposte lisergiche, ma va da sé che questi autori devono esser godibili per la loro cruda statura artistica e non per la pregressa condivisione di un’esperienza di vita o per una comune visione delle cose.

Forse la grande sfida di Costantini, e con lui di tutto un gruppo di autori poco noti al mondo là fuori, è proprio quella di farsi notare senza peraltro svilirsi o semplificarsi. Il cammino è appena cominciato. In ogni città ci sono associazioni in grado di organizzare, e bene, mostre, convegni e dibattiti, in tutt’Italia è possibile accedere ad almeno alcuni canali di comunicazione ben seguiti, come la radio. L’importante è non parlarsi addosso ma entrare nella testa di chi guarda Sarabanda e Moranti il sabato sera pensando che il mondo sia tutto lì. Perché certo c’è gente che lavora per far sì che le grandi platee e le casalinghe di Voghera la pensino così. Dunque va’, Gianluca Costantini, con i tuoi eleganti simboli visuali, con la tua profonda cultura multidirezionale, cresci, espanditi, ed elimina i difetti formali della tua produzione, evita – se lo fai – di compiacerti troppo della bellezza tremenda e simmetrica delle tue opere migliori, e fa’ il mondo partecipe della tua Arte, a costo far storcere nasi benpensanti e benodoranti. Fra alcuni anni, qualche copia invenduta di “Oggi” e “Capital”, qualche tetta sferica lasciata in edicola forse la dovremo, gloriosamente, a te.