Ecco l’impero dei segni di Gabriele Ferrero
Blue in “L’immaginario erotico”, n.134, 2001


Gianluca Costantini: Il luogo del ritorno

 

Esistono, in ognuno di noi, delle regole non scritte alle quali attenersi è fisiologico. Non s’inganni chi crede di riconoscere in esse la somma dei propri desideri: questi non sono che espressioni istintuali prive di spinte trascendenti lo stato materiale. Tutto ciò che ci unisce al passato, non solo quello legato alle nostre esperienze storiche, ma, soprattutto, agli eventi precedenti ed esteriori a noi stessi, sono timbri indelebili cui attingono i significati più profondi del nostro essere.

Le parole, non meno malleabili delle supposte certezze che danno loro vita, accarezzano le misure di certe metriche rimaste intatte alle presunte erosioni del tempo trascorso. Gli echi antichi, senza più suono, si riverberano nel ricordo per diventare voce compiuta. Un fitto fraseggio, composto da punteggiature senza regole apparenti, chiusure improvvise e cesure cicliche, percorre l’arco ideale che racchiude l’atto e la sua rappresentazione insieme. Dai bordi dei tombini rivoli di pioggia, come labili confini tra aria e acqua, scorrono congiungendo gli elementi. La memoria di sé, veloce e d’improvviso immobile, si ricompone oltre l’effettività dello scorrere del tempo. Dall’argano, che srotola ingordo fiumi di funi e filari di alberi lungo gli argini e il greto assetato, i cardini ruggiscono accordi reconditi: su queste note si stende la piega dei pensieri. Quali accenti arcuati, rotonde sonorità spaziano tra i volumi vuoti delle alcove; girano attorno ai sogni riprodotti alle pareti, alle frasi rimaste strette ai panneggi delle tende …Cammino lungo il corridoio, mi fermo un minuto e lancio uno sguardo al cielo stellato, uno sguardo ai miei ricordi… Di ogni ricordo, oltre alla ricostruzione spazio-temporale, si propone l’emozionale. Anzi la volontà di rendere l’aspetto sentimentale, che è dentro e oltre se stesso, è il solo presupposto da cui nasce la necessità di ricordare.

Il pensiero si dipana, s’inerpica lungo sentieri arditi, scende negli avvallamenti dei ripensamenti, laddove il racconto scaturisce col riemergere simultaneo dei sentimenti.

Gianluca Costantini ne intuisce singole intonazioni, chiare nel frastuono che queste, contemporaneamente, creano. Ma tutte le voci sono una voce sola …Mi provocava in modo delizioso, con il brusio dei suoi baci… E noi dovremmo rigettare il senso di ogni frase, per meglio comprendere il rimbombo degli assiomi e degli ossimori infranti, senza vestire altro che le nostre convinzioni; difenderci da contraddizioni non prive di bellezza, affinché svaniscano con sostanza di menzogne le illusioni partorite dalle passioni. Così gli inganni si estinguono in un racconto univoco svolto da più narratori che, come fossero ancora presenti, rendono alla memoria di un trascorso la valenza di resoconto oggettivo. Ogni aspetto è implicito e, in confronto all’atto reale, si astrae da eventuali altri vissuti per concentrarsi su chi lo rievoca. L’evento ora fluisce in un tempo interiore segnato non più dal ticchettio dell’orologio, quanto dal battito cieco del cuore. Abbattendo la distanza che ce ne divide, il momento passato ritorna presente su di un palcoscenico ideale. La conoscenza precisa di ogni elemento che ne compone la struttura diventa la chiave della sua ri-costruzione; nessun particolare defluisce nell’ipotetico e tutto rimane lo stesso senza essere mai identico. Chiuso in quella sperduta parte della notte il ricordo, non come luogo del sogno, ma quale soglia del ritorno, si apre sul suo essere immutabile. Ci sono stagioni che non conosciamo affatto e sono nel luogo che non è questo, nel tempo che non è adesso e che pure è ora, perché è lo stesso …Quando voglio, stendo un velo sui miei occhi, allora rientro in me stesso e vi trovo una camera oscura in cui gli accidenti della natura si riproducano in una forma più pura di quella in cui sono dapprima apparsi ai miei sensi esterni… poi, Gianluca Costantini comprende l’impossibilità di esprimere compiutamente certe sensazioni provate, senza limitarsi a descriverne solo la parte fenomenica. Tutto ciò viene espresso perfettamente in Freethinker, libro magmatico, nella stesura del quale l’autore plasma più volte il frutto del proprio pensare fino a coglierne la metodica. Il percorso, iniziato con Animalingua e giunto fin lì, s’interrompe. Attraverso i successivi racconti, preclusa ogni via di ritorno alle origini dei propri meccanismi narrativi, che darebbero vita a delle opere di maniera, egli valica le dimensioni che lo costringono a un modulo definito per entrare in una selva di simboli non priva di insidie. Le storie posteriori a Freethinker si involgono, perdono ogni possibile sviluppo e diventano delle immobili icone, rappresentazioni ideali del loro essere. Costantini, da limite intrinseco, trasforma l’atto di ricordare nell’unico filtro con cui è possibile raccogliere i modi del raccontare. Gli istinti rimangono uguali, così come è diverso e distante lo spirito al sopraggiungere in ogni coscienza delle età nuove. Senza più suggerire il contesto di un frangente specifico, l’autore pone il suo interesse su quei simboli che permettono al lettore di ricollegare sensazioni simili a fatti non provati personalmente. Ci si somiglia in fondo, oltre le apparenze che ci vogliono diversi, sembra dire. Gli accordi, ancora e non già della notte, si distorcono in frastuoni. La veglia notturna, poi, involucro che ne tiene le scritture, si sgretola crepitando invano in un monologo ossessivo. La volontà di ritornare diventa ricerca spasmodica, qualcosa a cui abbandonarsi totalmente, ma il passo che a questa conduce è l’accettazione di un sovvertito ordine di cose; tantochè, l’importanza dapprima data alla forma delle frasi, molto costruite, viene annullata. Con il definitivo abbandono del mondo illusorio, l’unica fonte di verità alla quale si deve giungere nuovamente è contenuta nel significato nascosto che le parole rivelano. L’associazione di parole, incontrollata, quasi caotica, si sviluppa in un continuo sovrapporsi di significati, dei quali molti si esprimono in mirabili anacoluti …La natura spesso si muove seguendo il balletto srotolato di un palcoscenico di perle blu… Ogni singola tavola si compie in una suprema sintesi. In ognuna vi è tutto il Nulla e il nulla di Tutto. Gianluca Costantini, mistico peccatore alla De Sade, eccede in un susseguirsi di frasi sconnesse, in un rincorrersi di senso invariabilmente perso. Tra questa enormità di sensazioni si rappresenta benissimo il vuoto, vera visione, patina invisibile che ricopre le sue decorazioni contro natura.

Non da poesia, ma di parole di poeti si rimane incantati; tutto è come vuoto, privo di sostanza in quel luogo di nessuno che è memoria e ricordo insieme. Sappiamo che non saranno le voci di tutti i poeti quelle da tramandare, ma di veggenti ciechi e profeti, perché poesia è già nei pensieri che producono suoni e visioni.

Crediamo che ogni scritto che abbia pretesa di spiegare non so ché di un’opera, tanto più se non scritto dall’artista, è comunque un’idiozia. A questo proposito vorremmo aggiungere che un saggio critico non necessariamente deve agevolare la lettura di una scrittura alla quale si riallaccia, quanto svilupparne una possibile; tant’è che il discorso condotto finora rimane chiuso nella tensione di proporsi come ispiratore di improbabili suggestioni e movimenti analoghi, quasi calco sull’originale, per volerne ricreare i toni con calibrate modulazioni di bulino. Se così non fosse, attraverso le altre, stesse stanze della memoria, ormai spoglie, dipinte di retorica e non di poesia, il metrico passare di pennelli diventerebbe un periodare prolisso. La critica come pratica poetica, invece, deve rivelare ovvero ricoprire con una nuova patina, ancora più leggera, ciò che non svela l’artefice: un nuovo pulviscolo che si posa su strati di polvere antica per deviare, sviare, rendere irreale il reale, o al più condurre a quel presunto vero, e non autentico, significato, tralasciando volutamente il metodo, costruzione di pensiero che resta dell’artista, e neppure suo. Allora, ciò che da quelle alte stanze riemerge è nuovo frastuono o, con maggiore fortuna, suono dal quale desumere gli stessi timbri con cui Gianluca Costantini continua a ingannare che crede di leggere nei suoi impersonali ricordi delle storie improbabili …Ho avuto il coraggio di guardare indietro / era tutto bugia… A noi, infine, rimane il dubbio riguardo l’efficacia di questo scritto. Dovremmo restare soli per poterci chiedere chi mai possa ascoltare questo silenzio. Le parole lo falliscono, precipita nel suo abisso e solo in quello si esprime, scivolando sul corpo della nostra voce intenta a non lasciarsi ascoltare.

 

Gabriele Ferrero

 

Nota

I brani scritti in corsivo sono estratti dai seguenti volumi di Gianluca Costantini:

Animalingua (Centro Andrea Pazienza, 1996), Freethinker (Edizioni Necton, 1998), ARCan-Can-Can Hitettura (Telesma/Innovation, 2000) e dai racconti: A songo of Innocence (Interzona n.12, 1998) e dall’inedito Stations.

Le frasi riportate in grassetto sono tratte dall’introduzione di Massimo Galletti al volume ARCan-Can-Can Hitettura.