Blood in Algeria

Algeria



The Algerian War, also known as the Algerian War of Independence or the Algerian Revolution (Berber: Tagrawla Tadzayrit; Arabic: الثورة الجزائرية‎ Al-thawra Al-Jazaa'iriyya; French: Guerre d'Algérie or Révolution algérienne) was a war between France and the Algerian independence movements from 1954 to 1962, which led to Algeria gaining its independence from France. An important decolonization war, it was a complex conflict characterized by guerrilla warfare, maquis fighting, terrorism, the use of torture by both sides, and counter-terrorism operations. The conflict was also a civil war between loyalist Algerians supporting a French Algeria and their insurrectionist Algerian Muslim counterparts.


Effectively started by members of the National Liberation Front (FLN) on November 1, 1954, during the Toussaint Rouge ("Red All Saints' Day"), the conflict shook the foundations of the weak and unstable French Fourth Republic (1946–58) and led to its replacement by the Fifth Republic with a strengthened Presidency, with Charles de Gaulle acting in the latter role. Although the military campaigns led against Algerian nationalists were complete successes, with most prominent FLN leaders killed or arrested and terror attacks effectively stopped, the brutality of the methods employed failed to win hearts and minds in Algeria, alienated support in Metropolitan France and discredited French prestige abroad.


In 1961, President Charles de Gaulle decided to give up Algeria, although it was regarded as an integral part of France, after conducting a referendum showing huge support for Algerian independence. The planned withdrawal led to a state crisis, to various assassination attempts on de Gaulle, and some attempts of military coups. Most of the former were carried out by the Organisation de l'armée secrète (OAS), an underground organization formed mainly from French military personnel supporting a French Algeria, which committed a large number of bombings and murders in both Algeria and the homeland to stop the planned independence.


Upon independence, in 1962, 900,000 European-Algerians (Pieds-noirs) fled to France, in fear of the FLN s revenge, within a few months. The government was totally unprepared for the vast number of refugees, causing turmoil in France. The majority of Algerian Muslims who had worked for the French, were disarmed and left behind as the treaty between French and Algerian authorities declared that no actions could be taken against them. However, the Harkis in particular, having served as auxiliaries with the French army, were regarded as traitors by the FLN and between 50,000 and 150,000 Harkis and family members were murdered by the FLN or lynch-mobs, often after being abducted and tortured. About 91,000 managed to flee to France, some with help from their French officers acting against orders, and today form a significant part of the Algerian-French population.


Sangue in Algeria di Tahar Lamri

Testo in catalogo “Sangue in Algeria”, Perugia, Galleria Miomao, 2008


Parlando del lavoro di Joe Sacco (Palestina), Art Spiegelman disse: «In un mondo dove Photoshop non permette più di distinguere il fotografo dal bugiardo, permettiamo agli artisti di ritornare alla loro funzione iniziale: il reportage».
Gianluca Costantini in questa serie di disegni trasforma le foto, il “reportage fotografico”, attraverso un lavoro di memoria e di reinvenzione, e riscrive i disegni, tracciando delle didascalie che sono parte integrante del disegno stesso, in un motto di ribellione contro il verbo “leggere” applicato al fumetto. Fa scoppiare le nuvolette e ci fa entrare nella storia a lungo occultata della guerra di liberazione algerina, con sequenze al confine fra il fumetto, inteso come tracciato dai contorni netti, e la miniatura, nella non-riconoscibilità-riconoscibilità dei personaggi, con la calligrafia, arte islamica per eccellenza e l’omogeneità delle icone dell’arte sacra.
In italiano si dice “scrivere un’icona”, e le icone sono scritte per svelare l’invisibile, Gianluca scrive le icone della guerra d’Algeria e, pur prendendo parte per i partigiani che hanno liberato il Paese, sceglie anche sequenze dove i partigiani diventano carnefici. Adotta, a volte, le didascalie coloniali utilizzando la parola “terrorista” in varie tavole. Parola utilizzata ovviamente dagli occupanti francesi, e non certamente dagli algerini.
Scorrendo i disegni, si ha la sensazione che mettano ordine in un disordine storico. In poche tavole, costruite lontano dalle convenzioni del fumetto, ma anche dai canoni dell’illustrazione, Gianluca Costantini mette in scena con abilità l’intensità drammatica e la volontà di mostrare tutti gli aspetti della Guerra d’Algeria, con estrema obiettività, senza alcun giudizio di valore su nessuno, fosse anche un semplice ritratto di donna.
Forse è questa associazione del tratto, ora fine, ora duro e espressivo, una specie di incoerenza, che mette in scena nello stesso momento la presenza e l’assenza dell’uso delle didascalie – che non sono in alcun modo didascalie in quanto parte integrante del tratto - della realtà che emerge al di là della fonte fotografica inerte (“immortalata” si dice, a mio avviso impropriamente, a proposito degli scatti fotografici, della vita che assumono questi fotogrammi una volta diventati china nera su carta, quando sotto lo strumento da disegno, padrone assoluto della luce, scompaiono gli sfondi che la foto non può evitare, a meno che non sia manomessa successivamente, della loro qualità, poiché danno la sensazione di leggere un album compiuto di grande importanza. Ma non è una sensazione. È un fatto).
Questo insieme di disegni non vuole essere un documento storico, ma incita a leggere la storia diversamente, a prendere coscienza di una storia occultata dai francesi e dagli algerini stessi.
Le parole intimamente impastate ai disegni che compongono questo album si impongono a noi lentamente e partecipano alla costruzione delle rappresentazioni e di una memoria della guerra d’Algeria.
Noi sappiamo che le parole in quella guerra sono state confiscate dal primo giorno del suo scoppio: per i media francesi dell’epoca si trattava di eventi d’Algeria, per poi tramutarsi in guerra, per gli algerini si è sempre trattato di rivoluzione. Pure l’uso del termine battaglia ha avuto vari significati, anche contraddittori (adottato in seguito anche dagli algerini) perché i paracadutisti ingaggiano battaglie, non fanno operazioni di polizia.
La lettura a volte sorprende, con un uso poco convenzionale, fuori dai canoni classici del fumetto, per un certo scarto, a volte, fra il testo e ciò che appare dalle illustrazioni. Il grafismo a base di tratti larghi non si ferma a delle fioriture, e quando lo fa, lo fa soltanto per portare delle sfumature nei giochi d’ombra. Sull’uso delle macchie in questi disegni ci sarebbe da scrivere trattati interi. Evocano sangue, napalm, distruzioni. In definitiva la foto è libera di rappresentare anche senza significato o senza significare, il fumetto (la narrazione grafica) e soprattutto un disegno che racchiude in sé un testo e di conseguenza tesse una trama, raggiunge per forza l’arte della miniatura dove è bandito il ritratto.
Così seguiamo gli eventi d’Algeria da 1954 al 1962, primi attentati di una manciata di nazionalisti (raggruppati in seguito sotto la sigla F.L.N – Fronte di Liberazione Nazionale-) che generano una reazione a catena politica ed economica orribile. Le sommosse di Algeri del 13 maggio 1958 provocheranno, oltre alla miseria e al terrore nella colonia, la caduta della IV repubblica e la chiamata del generale Charles De Gaulle al potere, prima dell’indipendenza nel 1962.
La Guerra d’Algeria narra la sofferenza di un popolo, il suo eroismo forse, ma anche una crisi istituzionale che ha messo l’esercito francese contro l’elite politica dell’epoca.