Arrivederci, compagno ciao


di Piero Ferrante


Ci sono immagini che restano dentro il corpo di una Nazione, incassate tra lo scheletro, quello che la tiene in piedi, spesso per inerzia, e i suoi muscoli, che, pur se logori, la muovono. Immagini che resistono all’usura dei decenni e alla banalità catodica dei tempi. Immagini ferme, immobili, solenni al punto tale da rasentare la sacralità. Immagini che non necessitano di colori, ma che sono le emozioni a dipingere, la suprema e intangibile dignità dei soggetti. Roma. Tredici giugno millenovecentottantaquattro. La bara di Enrico, il Segretario. Le mani di Sandro, il Presidente. Pochi, infiniti, secondi a contatto. Il frame di una generazione che, con il Segretario, Enrico, ovvero Berlinguer, aveva trovato protagonismo e che, d’un tratto, si sente cascare giù come un delicato vaso in vetro soffiato crepato da un masso.


continua


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