La figlia bastarda di Istanbul, Ravenna.

Il vento mi taglia la faccia.

Cerco di mimetizzarmi tra i turchi, impossibile, si accorgono sempre che sono italiano… Forse è il mio giubbotto da fighetto da meno quaranta gradi che mi smaschera, loro non sembrano soffrire il freddo. Non sembrano infastiditi dalla pioggia. Io si, io odio la pioggia. Mi faccio un cappuccino e sento il cameriere dire, un cappuccino per un italiano…. forse esiste anche un cappuccino per un tedesco, oppure per uno svedese… comunque è buono. Prendo il tram e in 10 minuti sono in Accademia, oggi 8 ore di workshop. I miei alunni turchi mi danno moltissime soddisfazioni, sono veramente bravi. Fanno parte del Dipartimento di Graphic Design, ogni anno tantissimi fanno l’esame per entrare in Accademia ma solo 20 possono entrare, l’esame è molto difficile e quindi questi ragazzi sono molto bravi. Per frequentare non pagano nulla, paga lo stato. Fuori il Bosforo è agitato si alzano le onde, i battelli dondolano esausti.

Verso le 17 del pomeriggio torno verso il mio hotel, prima mi fermo in un negozio di Belle Arti dove compro le meravigliose penne da calligrafia (Artline ErgoLine e Edding) in Italia non si trovano, sono meravigliose.
Esco verso sera con l’intenzione di mangiarmi un Iskender Kebab un piatto della città di Bursa.
La città è sferzata dal vento, poche persone in giro, quattro ragazzi giocano a calcio nel buio sotto l’obelisco di Teodosio.
Io che sono cittadino della figlia bastarda di Istanbul, Ravenna, mi sento uno straniero a casa.


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