Beirutopia

Oggi dovevo andare da Tony e Karma per fare una stampa, ma ieri sera, Nadim, mi ha proposto di andare a Tiro in auto. Il viaggio per me supera ogni indecisione, la scelta è fatta.
Alle undici arriva e ci inseriamo nel traffico di serpente.

Il tragitto per un occidentale può essere traumatico, un viaggio di un’ora diventa faticoso come uno di dodici. Attraversiamo Saida, è gigantesca, lo smog mi entra nel cervello, sono ipnotizzato da quello che vedo, non parlo e non riesco nemmeno a fare foto.
Vedo i caschi i blu sui loro blindati, era dal 2000 quando andai a Sarajevo che non li vedevo.
I cartelli indicano “Palestina”, ci avviciniamo a Tiro, il confine è vicino, tutto diventa verde, bandiere verdi, Islam…
La città di Tiro fu coinvolta nella Guerra civile libanese del 1975 e poi venne occupata dagli israeliani, durante la quale andò organizzandosi la resistenza armata del gruppo radicale Hezbollah.
Ci rechiamo alla “Zona 3″ (Al-Bass) dove si trovano una impressionante necropoli, un arco trionfale e l’ippodromo romano più grande e meglio conservato del mondo.

Attraversiamo Tiro, il consueto caos, ma non ci fermiamo, andiamo verso il mare, sotto ad un cimitero cristiano c’è una baracca chiamata ristorante.
Il mare è grosso, onde altissime, è vietato andare sulla battigia per il risucchio della corrente. Ci prepariamo un tavolo, chiedo un thè al cameriere, mi guarda storto. Nazim mi dice che qui nessuno beve un thè prima di pranzo. Tipi strani mangiano e giocano a carte, una bionda straniera da sola si fa ammirare dai tipi, è in costume…
Mangiamo pesce, cotto al momento, è buonissimo, lo fotografo per far ingelosire Elettra. Faccio un disegno e per un attimo mi sembra di essere in Portogallo.

Nadim mi porta a vedere le grandi spiagge e l’hotel dove spesso viene in estate.

Poi partiamo, stavolta faccio foto e video, chiedo se mi porta a vedere Sabra e Shatila (Ṣabrā e Shātīlā), vedo solo l’ingresso… mi basta.

« Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore » 

Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982

Verso le 20 vado alla mostra di Randa Mirza “Beirutopia”, stessa tipologia di facce da inaugurazione… mi annoio. Poi si va a cena.


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