Sabina Ghinassi
"Gaze on the war", testo in catalogo Gemini Muse, Torino 2005
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Carlo Branzaglia
"Un altro sguardo (ma davvero)", Cannibal Kitsch n°1, Bologna 2005
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Carlo Branzaglia,
Bside bSide basement life n°2, Bologna 2000
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Giovanni Barbieri
"Anche i matrimoni combinati possono essere felici", Cannibal Kitsch n°1, Bologna 2005
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Giovanni Barbieri
"Ecco a voi Macchina Suprema", inguineMAH!gazine n.1 maggio, Roma 2003
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Massimo Galletti
"Accettare la sfida", Cannibal Kitsch n°1, Bologna 2005
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Massimo Galletti
“ARCan-Can-Can Hitettura”, Milano 2000
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Elettra Stamboulis,
"Masticar l'horror vacui in linee", testo in catalogo Luogo Comune, Bologna 2004
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Elettra Stamboulis,
testo in catalogo Decoration of existence, Cesena 2001
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Carlo Branzaglia
"Un altro sguardo (ma davvero)", Marginali iconografie delle culture alternative, Roma 2004
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Lello Voce
"Anni di guerra network nostrano", testo in catalogo Anni di guerra network nostrano, Roma 2004
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Alberto Zanchetta
"Il mantice del morosofo", inguineMAH!gazine n.3 Roma 2004
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Serena Simoni
"Macchina Suprema", inguineMAH!gazine n.2, Roma 2003
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Marco Pellitteri
“Esortazioni a un webmadonnaro”, Cyberzone n.17, Palermo 2003
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Chris Lanier
"GRRR! A Tavelogue of Sorts", The comics journal n.251, Seattle 2003
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Fabiola Naldi,
“L’ascesa orizzontale di Gianluca Costantini”, testo in catalogo Studio Mascarella. Bologna 2002
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Giulio Guberti
“Vaticini di un oracolo…”, testo in catalogo Studio Mascarella, Bologna 2002
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Gabriele Ferrero
“Ecco l’impero dei segni”, Blue l’immaginario erotico n.134, Roma 2002
>> leggi Roberto Daolio
testo in catalogo Cahiers du Triangle, Salonicco/Bologna/Sant Etienne 2000
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Roberto Daolio
“Freethinker”, Torino 1997
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Dede Auregli
“Il computer onirico”, testo in catalogo R.A.M., Ravenna 1999
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Fabrizio Passarella
“Freethinker”, Torino 1997
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Carlo Branzaglia, "Un altro sguardo (ma davvero), Cannibal Kitsch n°1, Bologna 2005
Duttilità o specializzazione
Il tema della duttilità in rapporto alla specializzazione è piuttosto, come dire, faticoso, nell'immaginario contemporaneo. Né sembra esista letteratura salvifica, a conforto. La questione è semplice, volendo: da un lato c'è una forte necessità di individuare competenze disciplinari che a loro volta si incastrano in campi di azione ben definiti dal mercato (qualunque esso sia, quell' dell'arte compreso); dall'altro però si auspica l'incrocio, il mutamento, l'inversione di contesto nell'auspicio di rinnovare gli stantii repertori di cui ci cibiamo abitualmente. La complessità delle diramazioni possibili rende peraltro difficile fare riferimento alla tradizionale fenomenologia dell'eclettismo, e anche alla sua letteratura, perché effettivamente qui si tratta di agire su sistemi di produzione e di consumo strutturati che portano con sé codici di relazione fra i due che necessitano di una presa di posizione, e delle conseguenti mosse teoriche, destinate a incarnarsi nella prassi.
Detto in soldoni, essere product designer non significa matematicamente avere la possibilità di accesso (in questo caso, inserendosi nel rapporto cliente - utente) ai codici del graphic design , pur essendo le due discipline figlie di un'unica grande famiglia culturale. Così dal graphic all' advertising , di qui all'arte e via dicendo. Se si vogliono fare le cose decentemente, per carità, poi ognuno fa quello che gli pare. Con due ulteriori appunti: tutti coloro che, mettiamola così, si esprimono con le forme (non voglio neanche dire con le immagini) hanno un mercato, ovvero dei clienti (chi mantiene economicamente il mercato dell'arte?) e dei pubblici di utenti di riferimento, piccoli o grandi che siano. Poi, non è questione di tecnologie: la competenza tecnologica, pur se importante, è secondaria rispetto all'acquisizione di dinamiche che per forza dobbiamo chiamare progettuali. Ovvero: non è il problema di progettar tavoli o auto; mettere in mostra dipinti o video; fare web o grafica su carta; il ruolo della tecnologia, tradotto in tecnica, interviene dopo la scelta di paradigmi di riferimento. A meno che....
Un altro punto di vista
A meno che non cambiamo punto di vista. Cosa che non facciamo mai, perché le nostre chiavi di lettura sono tutte dalla parte della produzione, e dei sistemi culturali di riferimento che essa promuove, e mai dalla parte dell'utenza, ovvero delle interpretazioni pragmatiche che il destinatario dà di ciò che gli viene proposto. Il punto è molto semplice. In un sistema comunque dominato da egemonie (culturali, politiche, religiose, commerciali) siamo sicuri che la lettura data dal destinatario nel momento in cui si appropria dei messaggi (dei testi, direbbero i semiologi) che gli vengono proposti sotto forma di oggetti, funzioni religiose o direttive politiche, sia effettivamente corretta, in linea cioè con le finalità, le intenzioni e le strutture culturali dell'emittente? Attenzione, si sta parlando della decodifica aberrante, un'altra volta semiologia, un'altra volta incentrata sulla produzione. Ce la potremmo allora cavare con una battuta: quella che dice che gli italiani, quando vedono un divieto, lo infrangono apposta...
Una battuta; che può però illuminarci su una serie di piccole verità: che la risposta da parte del destinatario (il popolo, la gente, parafrasando Jovanotti) è episodica, tattica, disordinata, nascosta, poco elegante se non addirittura brutta... Con grande disprezzo da parte dell'intellettuale che prova a tracciarne i contorni; con grande disdetta del marketing che deve identificarne le potenzialità commerciali; con grande disdegno di culti che devono unificare le credenze, e via esemplificando.
Perché, cari noi, non è mica facile: quando Italia 1 fa una campagna chiedendo ai propri ascoltatori di inviare un promo in cui si declami "Italia 1", cosa si aspetta di ricevere? E cosa realmente gli arriva? E, soprattutto, per quanto ci riguarda: noi, come la leggiamo? Come il tentativo di una emittente televisiva di intrufolarsi nel tessuto sociale (sai che scoperta, cosa fanno in genere i media?); oppure, fra le righe di ciò che viene effettivamente trasmesso, come la risposta disordinata, kitsch, ironica, squinternata di un popolo che dà cinque secondi di visibilità ai propri costumi culturali?
Mica facile
Mica facile, appunto, spostare l'ottica d'interpretazione. Che io sappia (ma non sono un sociologo!) l'unico che ha provato a strutturare una rete di pensiero tale da invertire, appunto, il punto di vista dal quale guardiamo le cose (ma, in specifico, il rapporto fra le cose e i loro destinatari, ovvero in fondo la cultura popolare), è stato Michel de Certau, in quel libro mirabile che è L'invenzione del quotidiano , finalmente tradotto in Italia grazie ad Alberto Abruzzese (un altro che comunque ne ha dati di riferimenti, sulle culture popolari) per le Edizioni Lavoro. Un volume apparso in Francia direttamente in tascabile nel 1980, ma che doveva far parte di una opera monumentale, finalizzata nelle origini a una ricerca sul tessuto socio culturale francese, iniziata nel 1974. Tutta la tirata che ispira questo saggio è frutto dell'insuperabile impostazione data da de Certeau al suo lavoro. Che possiamo definire ragionevolmente rivoluzionaria, opera della mente brillantissima e della cultura sterminata di un gesuita con già alle spalle una serie di studi e esperienze del tutto variegate.
Tale impostazione, soprattutto, permette di cambiare radicalmente assetto a un problema, quello della cultura popolare, stabilendo nessi con altri approcci, forse non così espliciti, anche perché in molti casi per nulla legati a una dimensione teorica, ma vincolati a quella pratica, rispetto alla quale però offrire mosse concettuali inavvertite, ma davvero esemplari. Come anche quelle di Gianluca Costantini, del quale non mi sono dimenticato, e al quale prima o poi arriveremo (pazienta, lettore che sei arrivato sin qui...).
Tanto per non fare i furbi: è chiaro che il collegamento più immediato è con i Cultural Studies anglosassoni, anche se de Certeau li ignora bellamente. Se quella di de Certeau viene amichevolmente chiamata teoria della resistenza , non si chiamava forse Resistance through Rituals la ricerca del 1976 di Hall e Jefferson che iniziò a scandagliare le sottoculture giovanili? Ricerca che in qualche maniera aprì le porte al fondamentale Subcultura. Il fascino di uno stile innaturale , di Dick Hebdidge, con tutte le implicazioni su un piano, quello dello stile, che lo stesso de Certeau affronta, in termini diversi, ma compiuti e compatibili.
Resistenza, stile
Secondo de Certeau la "gente" opera singolarmente delle mosse di resistenza al flusso egemonico dei messagi/prodotti. Cioè costruisce propri percorsi, associazioni, interpretazioni, con un'opera che l'autore definisce di bracconaggio (aleggia nell'aria il bricolage di Levi Strass, altro link possibile con i Cultural Studies ); un'attività ovviamente tattica, giocata sull'immediatezza della risposta nel tempo, in contrapposizione alla visione strategica delle egemonie, dipanata nello spazio. Un procedimento incontrollabile, ma che nessuno si è occupato di osservare, convinti tutti (dai politici alle imprese) della passività della ricezione. Affermazione incontrovertibile, quest'ultima: ricordiamoci che in advertising il termine tecnico per i pubblici di riferimento è target , ovvero, tradotto letteralmente, bersaglio; anche se ultimamente i pubblicitari si sforzano davvero un sacco di usare la parola "utente".
Una differenza che appare evidente fra de Certeau e i Cultural Studies sta nel fatto che la resistenza, in questi ultimi, viene monitorata attraverso il meccanismo dello stile all'interno di gruppi definiti, le subculture appunto, dedite all'individuazione di controcodici comportamentali tramite il collage di elementi decontestualizzati (gli scarponi militari e le spille da balia per il punk, ad esempio). Per de Certeau il meccanismo dello stile si adatta invece al singolo, o meglio a tutti i singoli, senza preoccuparsi, diciamo così, di definire un possibile livello oltre il quale si evidenzia la resistenza all'egemonia (inutile ricordare che il termine è di origine gramsciana, filtrata proprio dai Cultural Studies ). Tutti operano una resistenza, tutti adottano uno stile personale, un comportamento individuale, come fosse il proprio modo di camminare.
Salmoni che resistono alla corrente? La metafora fa venire in mente i "giovani salmoni del trash " di Tommaso La branca; laddove questo temine individua proprio quella cultura spazzatura (kitsch era troppo canonico) che riempie di sé la cultura popolare. Un termine che, se vogliamo, inscatola in una formula culturale/merceologico un tipico comportamento non tanto subculturale, ma proprio popolare. Non sarebbe piaciuto per niente a de Certeau, già scomparso ai tempi della fortuna mediale del trash.
Brutti, sporchi e cattivi
Ma tale fortuna terminologica nell' establishment è l'ennesima riprova di quel meccanismo dialettico che si instaura fra cultura del mainstream e cultura popolare: si pescano dal basso quegli elementi deteriori spuntati dal brodo subculturale popular , li si lucida e li si porta al mainstream , ben contento dalla sua di avere nuova occasione per consumare. Se poi si chiarisce il meccanismo, si diventa guru dello specifico: in Tv c'è andato Labranca, con la sua formula del trash , a fare da supporto all'operazione nostalgia di Fabio Fazio, mica Salza o Alessandro Papa, autori di due saggi emotivamente partecipati sul tema; specie il secondo, che guarda caso si è inventato quel genuino tabernacolo di culture basse che è il negozio/galleria Mondo Bizzarro.
A razzolare nella cultura bassa, davvero, ci si sporca, e soprattutto ci si contamina. Non si riesce più a venir fuori bel belli sorridenti analizzando semiologicamente espressioni e contenuti, significazioni e testi, enunciatori ed enunciatari. Poffarre, non attaccano, sono strumenti che guardano le cose dall'altro lato, qui funzionano solo in parte, vanno a loro volta distillati, esattamente come i modelli culturali della popular culture devono essere distillati per renderli vendibili al mainstream . Facile, altrimenti, godere delle produzioni popolari passate e disdegnare quelle attuali: il tango oggi è arte, quando è nato era musica deteriore, da postriboli. Facile attaccare anche le produzioni di massa: ma le produzioni di massa sono inscindibilmente legate al configurarsi di una cultura popolare.
Mi viene in mente una bella definizione di Pop Underground data da Gianluca Lerici, aka (come si dice oggi) Professor Bad Trip, ormai un maestro dell'underground europeo: "Senza commissione dell'industria, finanziamenti statali, studi di marketing, da spore precedentemente cadute nascono dal basso strani funghi: Alcuni di questi sono talmente colorati, originali e belli da diventare popolari (pop) con successo commerciale e/o culturale, cioè lasciano in giro nuove spore." Non male: ecco cosa significa dire che un autore compie sempre mosse concettuali teoriche nella pratica delle sue azioni.
Pop underground
Un'altra definizione. Gianluca Lerici, ai tempi dell'intervista citata, metteva in dubbio la attualità del termine Pop Underground , datato effettivamente 1985, coniato da Peter Belsito per il titolo di un volume ( Notes from the Pop Underground) edito da Last Gasp di S. Francisco (piena tradizione underground californiana) che raccoglieva autori diversi: da Diamanda Galas a Jello Biafra, ai Survival Research Laboratories. Però, anche rileggendolo adesso, il termine ha un suo fascino: vediamo come può tornarci utile. E' evidente: si unisce l'idea di pop a quella di underground. Pop: nel senso di popolare, non di pop commerciale. Dimentichiamo la Pop Art, ovviamente, o meglio consideriamola un'altra volta l'emersione di stimoli dal basso, che come al solito ha dato maggior fortuna a chi ha operato la ripulitura migliore e ha depositato la formula (Andy Warhol). Dimentichiamo però anche la musica pop: è popolare perché ricerche di marketing dicono che fatta così va bene per il popolo. Infatti, la IASPM, che raccoglie gli studiosi di tutte le musiche popolari (dalla dance al fandango), per allargarne il significato parla di popular (non pop) music .
Underground: sotterraneo. Un termine che ha sempre definito un aspetto produttivo/distributivo, ma evidentemente legato alle subculture: non mi sembra che nessuno si sia mai sognato di definire underground il ciclostilato settimanale dedicato alla messa in parrocchia. E' vero che, nel momento in cui le dinamiche col mainstream si fanno più varie e complesse, si finisce per definirlo overground , come fa Sandrone Dazieri in Italia overground , perché visibile comunque a un pubblico vasto. Non è un problema di termini, è un problema di autoproduzione; in questi termini si preoccupa di fotografarlo Emigre (la bellissima rivista californiana di graphic design ) in un numero monografico, il 96, dedicato al DIY ( Do It Yourself ), nel quale Daniel X O'Neil si impegna a segnalare che certo questo è un mercato, perché è più facile produrre e distribuire: anzi, forse è addirittura il mercato del futuro. Con le sue emersioni mainstream : Professor Bad Trip che pubblica per Mondadori; o uno che conosciamo bene, Gianluca Costantini, che porta la sua roba al Pompidou. Emersioni che non spostano né Lerici né Costantini; è un altro il punto di vista dei due: guarda dal basso, legge l'opportunità come occasione per far ricadere altre spore, non come modalità per vendere la propria formula.
Cannibal kitsch
Mi fa piacere che Gianluca Costantini abbia usato questo titolo, Cannibal kitsch , per il suo libro antologico. Mi conforta un po', facendomi sperare che quanto detto finora non appaia il delirio di un insensato: traduzione dal romagnolo insansé , ovvero l'offesa più grande, dopo pataca , che la terra di Luca (e mia) sappia esprimere. Mi si scusi la digressione geografica, ma non dovremmo forse escludere a priori quella vena di follia, specialmente rivierasca, che pervade la zona citata (senza portare esempi).
Io lo leggo così: il cannibale mangia di tutto, anche i suoi simili; e il kitsch è una cosa con la quale non si possono non fare i conti. Questo ci aiuta a spiegare lo stile di Gianluca, che può avere mille esegeti più dotti di me; ma che ci deve anche ricordare la pratica antropologica, etnica, di un divoratore di immagini (e non solo), capace di piegarle alla propria maniacale volontà di forma. Non mi interessa ovviamente dire che Costantini appartiene all'underground: l'underground al massimo si fa, non ci si appartiene. Certo Gianluca presenta quelle costanti tipiche dell'immaginario underground: un'assoluta coerenza stilistica, capace appunto di piegare tutto al suo volere. E anche quella maniacale ricerca e determinazione formale che è mistero insondabile per chi non la pratica: come controllare il dettaglio accuratamente definito in un impianto formale panottico.
Ma questa logica dello stile è davvero una pratica di resistenza, che raccoglie spore e le fa germinare, producendone altre che altri saranno (anzi, sono) ben pronti a ricevere, in una linea di iconografie del marginale che pochi hanno l'ardire di indagare: fra questi, ricordiamolo, il maestro assoluto dell'underground italiano, nonché finissimo esegeta dell'immaginario visionario, Matteo Guarnaccia. Ed è una pratica di resistenza che, se non teme di sporcarsi (autodichiarando il kitsch) non teme neanche i confronti, sfruttando appieno qualunque interstizio si apra.
Multimodale (intramediale, intermediale...) per forza
Si poteva iniziare questo noiosissimo saggio parlando di eclettismo. Oppure si poteva citare la opportunità/necessità di dialogare con diversi sistemi mediali/modali, nella comunicazione contemporanea. E si sarebbe sempre e comunque focalizzato il discorso su un meccanismo di produzione, pur con tutti i distinguo del caso. Ma Gianluca non ha un progetto multimodale, o intermediale, per usare definizioni provenienti dalla teoria sulla cultura, oggi aggiornatissima, del progetto di comunicazione (del progetto grafico, in primis ). Lui lo fa. È la prassi, la risposta immediata all'opportunità, la tattica del momento che accompagna l'allargamento verso orizzonti settoriali via via diversi. Altrimenti a raccontarlo sembra una favoletta: nasce disegnatore, diventa illustratore, fa web, filmati di animazione, espone in galleria, organizza eventi, scrive... Ma non 'è sequenza, non c'è strategia: Gianluca fa questo e quello.
La chiave è forse comprendere che la possibilità di permeare diversi media, diversi spazi, diversi settori con scelte senza dubbio appropriate, non nasce solo da un diniego dello specialismo, o da una curiosità forsennata, o ancora da una difficoltà a sopravvivere in schemi già dati: nasce da un deciso cambiamento di punto di vista, da un comportamento che si esplicita visivamente in uno stile. Un comportamento che non vede il problema dello specialismo e della professione (questo è l'altro lato della barricata), e che non distingue fra alto e basso: ma che costruisce progetti e prodotti in una navigazione continua fra incontri culturali e incontri "operativi" (non so come chiamarli, quelli con altra gente che fa cose, gestisce spazi, stampa riviste etc). E questo nonostante il nostro sia colto, in senso canonico: s'è anche diplomato in Accademia, a Ravenna, dove però ha anche incontrato un maestro come Fabrizio Passarella che sicuramente ha rappresentato un esempio di viaggiatore disinibito fra le terre e le culture.
Io direi che Gianluca è un operatore culturale. Non lo dico perché con Elettra Stamboulis e l'Associazione Culturale Mirada organizza eventi culturali e stampa volumi, come fanno poi i suoi amici, Zograf, Sacco e compagnia, spostando il ruolo dell'autore a quello dell'ideatore di situazioni nelle quali gli autori sono a loro volta presentati. Ma proprio perché, anche in questo caso, non c'è soluzione di continuità: è naturale che la rete di riferimenti, culturali e operativi, porti a tutta un'altra serie di cose, oltre al produrre immagini da solo: nella fattispecie, porti alle collaborazioni con Passarella, porti a Inguine.net, porti a Mirada. Disclaimer: questa ipotesi mica l'ho inventata io. Lo ha detto Renato Barilli, nell'ormai lontano 1982, che l'artista è un operatore culturale, in un libro in cui, guarda un po', si parla di fenomenologia degli stili. Ma Barilli pensa all'artista, e probabilmente ha ragione; io, in un mondo dove sono comunque artisti sia Andy Warhol che Renato Zero, oppure dove, come diceva Donald Judd, arte è ciò che si definisce arte, penso che Gianluca Costantini, per il famoso punto di vista di cui sopra, sia compiutamente un operatore culturale. Anche se non so dire se sia un artista: so che ha fatto l'artista (ha esposto opere d'arte in gallerie e musei, dunque...), ma non so se definirlo artista. Magari glielo chiedo. Non posso mica arrivare con un interrogativo, dopo 18.000 battute!
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Giovanni Barbieri, "Anche i matrimoni combinati possono essere felici", Cannibal Kitsch n°1, Bologna 2005
Gianluca Costantini è piccolo, pazzo e cattivo.
Non avevo la più vaga idea di chi fosse, finché Vittorio Giardino non ebbe l’idea, novello sensale, di metterci insieme all’inizio degli anni Novanta. D’altronde, io aspiravo a sceneggiare, Tini a disegnare; io abito a Cesena, Tini a Ravenna. Insomma, le nozze erano inevitabili. Ma fu vero amore?
La prima volta che lo vidi, stava sotto la tettoia degli autobus della stazione di Cesena. Pioveva a dirotto. Sotto braccio, una cartella di disegni più grande e pesante di lui. A prima vista sembrava inoffensivo: timido, un po’ goffo, piccolino. Niente che facesse presagire il successivo stadio evolutivo. Un po’ come certi Pokemon che incarogniscono.
Quando vuotò la mitica cartella, fui sommerso da decine, CENTINAIA di tavole originali e fotocopie: un magma cartaceo davvero impressionante. Fu allora che compresi: era pazzo. Un miniaturista ebbro, un infaticabile calligrafo, un inarrestabile decoratore. La sua era una bella pazzia. Ecco perché decisi di assecondarlo.
Le nostre prime collaborazioni erano del tipo professionale: io scrivevo, lui disegnava. Parlavamo e aggiustavamo le cose, ma i ruoli erano molto chiari a tutti e due. In entrambi, l’urgenza di produrre era più forte del perché farlo. Mi spiego: io volevo scrivere e lui disegnare, ma lo facevamo forse con l’ansia di essere letti, capiti, magari persino apprezzati. Devo dire che la soddisfazione di essere pubblicati ce la togliemmo, grazie soprattutto ad altri infaticabili folli assoluti del fumetto italiano come Massimo Galletti, Sandro Staffa, la gang di Interzona. Ma a Gianluca non bastava.
Scoprii che era cattivo quando mi abbandonò.
I ruoli di marito-moglie, sceneggiatore-disegnatore gli andavano stretti. Fu così che cominciò, con la consueta, trascinante energia, a crearsi le proprie tavole da solo, spingendo un po’ oltre la comune idea di fumetto. Credo che fu allora che, per la prima volta, nacque Gianluca Costantini.
Come tutti gli ex, io e Gianluca ogni tanto ci sentivamo o vedevamo. Io avevo iniziato la professione di sceneggiatore, cambiando partner a ogni storia: flirt, amorazzi, storie serie, ma mai matrimoni. Intanto, con il duro lavoro e senza compromessi, Tini si faceva un nome, gettava ponti fra arte, fumetto e internet, si faceva nuovi amici e nemici, cresceva. Contando sulle proprie gambette e poco più, diventava famoso. Oggi è molto più disinvolto, combattivo e sicuro di sé, pur restando piccolo. Attorno a sé ha un gruppo di amici in gamba quanto lui. Continua a lavorare come un dannato, senza risparmiarsi. Dove trovi tutta questa forza, per me è un mistero. Forse, in quel groviglio nero che ha al posto dei capelli, crescono radici di ginseng. O forse, nottetempo, sfrutta il muso vagamente talpesco per scavare il terreno ed estrarre miracolosi tuberi. Boh.
Fatto sta che un inatteso ritorno di fiamma ci rimette insieme: Tini mi porta una ventina di splendide tavole e mi dice “facci su una storia”. Scatta qualcosa nella mia testa, tutto quello che so o intuisco di lui si mette assieme, si canalizza e concretizza in una storia ancora in progress. Comincio a immaginare, a scrivere nutrito da quei segni, da quell’immaginario difficile, bizantino, religioso e dissacrante che gronda da pagine fittamente istoriate, arazzi, partiture musicali scandite da capricciosi ghirigori. “Macchina Suprema” nasce così. È il primo, vero nostro figlio. In molti lo vogliono già uccidere, quasi fosse l’Anticristo. Ma noi siamo genitori amorevoli. E troppo piccoli, pazzi e cattivi per lasciare che soccomba.
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Massimo Galletti , "Accettare la sfida", Cannibal Kitsch n°1, Bologna 2005
È così: pare che io abbia proprio avuto l'onere e l'onore di essere stato il primo "editor/e" a pubblicare un lavoro di Gianluca Costantini (d'ora in poi, sennò mi sentirei falso, ed essendo abbastanza amico da permettermelo senza peraltro sentirmi obbligato a parlar bene per forza, d'ora in poi, dicevo, solo Gianluca). È così e, lo dico senza fingere, di questo mi fan piacere varie cose.
Mi fa piacere essere stato il primo a pubblicare un buon numero di piccoli/o/grandi artisti, in quei venti trenta mesi di "potere", la "mia" rivista, il mio schizzo... Mi fa talmente piacere che odio quel qualcuno non pubblicato per primo da me, pur amandolo..., e mi fa talmente piacere che odio chi non sono più riuscito a pubblicare e chi li ha pubblicati dopo di me, quando io li amavo ancora... (imbarazzante confessione in pubblico non richiesta), e quanto ho odiato Gianluca e Niccolò (Gros Pietro) e la splendida in due passi Interzona, che non aspettava, e pubblicava, e dove infine lui viveva... ah, i ricordi d'amore... Mi fa piacere, davvero piacere di essere stato il primo a pubblicare un lavoro di Gianluca; mi fa piacere, davvero piacere che Gianluca spesso se ne ricordi; e mi fa piacere, e onore, oggi grazie anche ad allora stare a scrivere queste parole proprio qua. Mi fa piacere perché Gianluca... (e voi direte, ma come la tira lunga questo senza dir nulla, e invece io ribadisco, checchè il piacere e l'allegria e la felicità valgon ben più delle pippe finto intellettuali che andrete a sorbirvi fra poco più di un ;.
Lo ricordo già confusamente, il 1993 secolo scorso; e confesso, "Ultimo Appuntamento" non la ricordavo. Avevo a mente con Nicola Scianamè i bozzetti più lirici, ed ero chissà perché convinto che la prima storia che avevo pubblicato di Gianluca fosse "Probabilità", scritta con Giovanni Barbieri, e finita su Schizzo Posse 3, fine della mia carriera di editor/e, di un paio di anni dopo, ma mi accorgo ora, chissà perché, non datato. Così ci ripenso e mi torna alla mente qualcosa, le pagine, la posta. Così a naso, credo fosse un problema di pagine (+Vittorio Giardino). "Probabilità" era ben 11 pagine, che nell'economia costretta delle mie 64 criticapiùcomics erano tantine, per l'algida matricola Gianluca (confesso, forse per i miei scavati Ribichini e Bruno avrei fatto follie..). Ma rimango convinto che "Probabilità" sia la prima cosa che ho letto di Gianluca, e quindi con lei di aver fatto per la prima volta il conto con quel suo segno, con quella sua calligrafia.
Poi c'è la posta (se c'è tra voi qualcuno che riceve il quasi giornaliero mare di mail targate Costantini/Inguine/Mirada può intuire). Dal giovanissimo Gianluca sempre iperattivo e che non spreca mai un'occasione e un contatto arrivava un mare di roba, pagine su pagine e un'evoluzione frenetica a cui Schizzo si arrese e perse il passo. Del mare di roba rimangono intanto quattro, cinque pensieri minori. Il primo, centrale e sopra accennato, nonchè già allora autocritico, è che l'editor/e Massimo Galletti, fu sì il primo, ma perse subito il passo. Schizzo, dei lavori di Gianluca, pubblicò roba bella e convincente senz'altro, ma tutto sommato anche la più convenzionale. Le brevi oasi liriche, più convincenti nell'abbandonarsi alla deriva dei simboli e dei tracciati, qualche esperimento di concetto a marcarne l'elegante intelligenza, i racconti, piegati a sceneggiature altrui, miste ad una strada aperta per una comprensibilità maggiore, misti ad una calligrafia già senza sbavature, ma ancora timorosa delle proprie naturali sovrabbondanze, grammaticali e iconiche. Con l'approccio più deciso ai suoi due, da allora in poi, territori preferiti: la strada dell'arte pura e il lavacro dei sentieri underground, Gianluca, già coi suoi fumetti "più nuovi" in diretta su Interzona, a mischiarsi con pazzie di cuore e non con stantie interviste a dozzinali dell'intrattenimento, già da allora diceva all'Italia dei comics cose più interessanti e complesse che non le splendide titubanze giovanili che ancora io in quel biennio, con sciocca filologia, seguitavo a stampargli.
Secondo pensiero, titubanze ed intermezzo: legata alla sopraccitata "Probabilità": c'è questa storia utile per quando la leggerete qui o se volete cercarla su Schizzo Posse. La storia è che quella pubblicata allora non era la prima versione tutta Barbieri-Costantini, ma una versione da loro poi ufficialmente preferita, ma con due pagine completamente rifatte su consiglio e indicazioni nientepopodimenoché di Vittorio Giardino. Io li ho ascoltati, loro, gli autori (e Giardino di conseguenza), ma spassionatamente preferivo la prima. Il pensiero titubanze a seguire è: ma voi ve lo immaginate uno con un'architettura fumettistica così rigida e osè come Gianluca rifare tutto più didascalicamente facendosi convincere da un maestro sì, ma tanto più classico?
Il terzo pensiero, banale ma non del tutto, è i tanti nomi altri e i tanti conseguenti modi altri in cui Gianluca ha voluto provarsi a fare fumetti. Che allora erano Scianamè, Barbieri, Lena, e che poi sono continuati con Passarella, Casali, e altri, e che sono paralleli alle mille collaborazioni e ai mille diversissimi ambiti in cui Gianluca ha sparso i suoi lavori, senza far distinzioni tra nomi celebri e no, tra arte alta e bassa, tra riviste eleganti e poverelle, con anche uno spirito un po' imprenditore dell'esserci e far girare il nome, ma con sicuramente a fianco una curiosità degli altri e di cosa nasce piegandosi un po' a imparare dagli uomini, essendo dove c'è vita, accumulando vita, sovrapponendo vita, in modo forse poi non così disgiunto dal suo modo di far arte e fumetti, restituendo sempre di più, accumulando e sovrapponendo visivamente la sempre più vita imparata.
E così, detto tutto questo e lontani anni da "Freethinker", da "Juke-Box Visivo", da "ARCan-Can-Can Hitettura", le sue avventure più mature, più rigorose, e non a caso poi nel momento dello sfogo finale a riassumere, solitarie (ma di loro parleremo un'altra volta...), dieci anni dopo riapro Schizzo 5 e mi ritrovo davanti questa storia che vi apprestate a leggere o più probabilmente avete già letto: "Ultimo appuntamento", 6 pagine, su rigorosa sceneggiatura (la ricordo..) di Nicola Scianamè (oè, stai leggendo? Che fine hai fatto? Ciao!). Una piacevolissima sorpresa...
Chi se lo ricordava un Gianluca Costantini così? Leggero, al servizio di una sceneggiatura fino a poco prima del finale quasi Rohmeriana, fatta di nulla, epperò storia, dove senza rinunciare ai grafismi a risplendere sono gli occhi, le acconciature, i portamenti, le espressioni dei protagonisti? Dove lo scorrere dei quadri spesso muti, o dove le parole che stanno a dialogo scenico, ma non necessariamente narrazione; sono parti di fotografie così funzionalmente metropolitane e odierne, luoghi tuttora non frequentatissimi dal fumetto, e quante volte in un disegno realistico non così efficaci, come certi sfondi di aerei e casette e scale e metro e cartelloni pubblicitari qui? E basterebbero la strada e la vetrina della prima pagina per un trattatello sapiente da studioso se a un Echino piacesse, e se un Echino volesse. E i baloon atipici di pagina 1e 4 (i punti di domanda), e 6 lui e lei (la felicità e la rabbia), e quel piccolo capolavoro che sono i coltelli a pagina 3, che ti fanno pensare a certi stilemi manga giocati alla Klimt, quando allora i manga erano imberbità e Klimt giocato così rimane a tutt'oggi una bizzarria, piazzati lì con sicurezza e naturalezza già alla prima storia edita, in quale manuale di efficaci azzardi fumettistici li vogliamo citare? Una piacevolissima sorpresa, una piacevolissima rilettura, un testo altrui valorizzato fino a dove si poteva (Nicola, anni dopo, peccato per quell'esagerato e inutile colpo a sorpresa della pistola finale...) con una sicurezza ed una calligrafia già potenti, e prepotenti.
Gianluca, tra i desideri possibili da esaudirgli chiedendomi questo scritto, mi aveva anche posto la risposta al perché allora la pubblicazione. Ora, io penso di Gianluca Costantini varie cose: penso istintivamente che sia tra le cinque, sei punte alte del fumetto italiano di ricerca dell'ultima generazione, meno amato e riconosciuto di altri e meno inserito in un quadro europeo unanime, isolato dentro al perseguimento tenacissimo di un fumetto che non ammette scorciatoie di lettura, complesso, e in cui l'eleganza è tale e ostentata, quasi da offendere e ritrarre chi non vuole accettare la sfida, ma come a dire che non accettare la sfida è sapere e credere di un fumetto monco. E che cerchi altrove dal segno le alleanze, nel senso del fare, del vivere il fumetto e l'arte, della politica e dell'anima che sono sempre dietro i concetti che si esprimono. Penso che abbia discontinuità feroci, in una produzione già vasta, ma che abbia punte altissime nella sua maturità, che quasi nessuno ha ancora accettato di sfidare criticamente. Penso che tra le tante lunghe interviste di cui c'è bisogno, a ripercorrere opera su opera i passi dei molti importanti giovani fumettisti italiani dell'ultimo decennio, quella a Gianluca sia una delle più difficili e appassionanti possibili, un'odissea a perdersi tra le architetture feroci, i segnali iconici e le domande di senso da uscirne spossati, e però carichi del disvelamento celato di un autore oltre diverso, fosse finanche un bluff; e penso che fino a che nessuno si cimenterà in quest' impresa, non potremo che godere di un Costantini potenziale e dimezzato. Penso che prima o poi scriverò architetture pericolanti per non esimermi dal dovere morale critico di affrontare i suoi adulti lavori più pretenziosi, provando il brivido personale di andare a vedere se riesco a trovare se e che c'è, nella profondità del chip o dietro il trompe l'oeil.
Come già detto, pur ancora meno ambiziosi, da subito Gianluca si era presentato con questi fumetti costruiti di una calligrafia dai rimandi talmente antichi nella storia del mondo da non potersi poi superare che con la pre-i-storia, a di-segnare un'epoca talmente moderna da non poter far altro, ora e domani, che iniziare l'arrampicata a ricostruirli sui vari digitali del futuro prossimo. La strada era già quella, no? Netta, Segnata, della prima vignetta. E spiazzata già nella profodità.
E allora, al di là anche di tutto questo, semmai non fosse sufficiente, il motivo profondo per cui senza comprenderti appieno e senza amarti di viscere non potrei mai non pubblicarti è che non potevo, in una rivista che tentava di essere sguardi e idee per i fumetti, non fare il possibile anche a nome loro (dei fumetti) per accettare la sfida.
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Elettra Stamboulis, "Masticar l'horror vacui in linee", testo in catalogo Luogo Comune, Bologna 2004
"Cari, che millennio abbiamo fuori?"
boris pasternak
Chi conosce Costantini per le sue virtuosistiche decorazioni, per l'ossessione bidimensionale e l'horror vacui dello spazio bianco, penserà ad una omonimia, vedendo la nuova serie di disegni realizzata per Luogo Comune 04. In realtà tale cambiamento di rotta, parziale a dire il vero, non esclude la ricerca grafica e decorativa ( decorazione dell'esistenza , come l'ha lui stesso definita): i due modus si accompagnano e incontrano lateralmente. Li accomuna un segno terso e preciso, tanto da far apparire la traccia a mano libera come un risultato di programma di elaborazione grafica digitale, cosa peraltro ipotizzabile per uno sperimentatore di media. Invece Costantini regredisce, come se facesse un passo indietro prima della corsa: usa carta povera, da fotocopiatrice e nella riesumazione della linea assoluta, semplice, complice dei vuoti, intona piccole storie estrapolate dal contesto storico e narrativo nelle quali hanno avuto luogo. Sono le schegge informative che colpiscono i nostri neuroni e che, come visivamente rappresentato dal video che accompagna i lavori, costituiscono niente più che uno scarabocchio labile che attraversa il ritmo quotidiano del caffè e la sigaretta.
C'è sicuramente in questa opzione un'eco distinta dei lavori di Pettibon, la cui mostra alla GAM di Bologna ha lasciato un segno importante in questa serie di lavori. L'estemporaneità del segno, a volte quasi espressivo, di Pettibon si traduce in Costantini in grafismo lineare con peculiarità quasi geometriche. Si coglie anche, nella tessitura del testo, la predilezione per un calligrafismo arabeggiante, che a volte rende ardua l'interpretazione semantica: è un altro punto di incontro con il decorativismo insito in questo artista. La parola, e non più il simbolo o il pattern, diviene decorazione e ornamento. I disegni esposti sono piccoli brani di biografie impazzite: gli espatriati cambogiani USA dopo l'11 settembre che fino a pochi giorni prima parlavano solo inglese e guidavano bande a Los Angeles mostrano tatuaggi e gridano slogan dell'assurdo, i manifesti della Nollywood nigeriana si tramutano in quadretti dai gusti secessionisti...in tutti la parola, sintomo evidente e noto della storia fumettistica dell'autore, è arabesco indistinto, continuum evanescente e inestricabile. Sono testi di letture usuali, segni che significano se stessi nella nostra percezione sopita dell'informazione: il gesto, differente nella forma, non risulta molto differente nelle intenzioni da quello della migliore poesia visiva, di esperienze come quelle di Stelio Maria Martini, anche se in coloro che vengono sintetizzati con questa denominazione c'è una maggiore propensione all'aspetto semiotico e alla oggettualità del valore della parola che qui è assente.
Non possiamo quindi parlare di un Costantini militante: piuttosto di un recettore colpito che ha ritradotto i segnali in nuove forme. La realtà c'è e si vede, oppure questa è una utopica semplificazione. Cosa c'è di reale e pragmatico nella stilizzazione in bianco e nero delle figure che vediamo rappresentate, nelle storie implose raccontate con sintesi bruciante in questi segni? Costantini è sicuramente cambiato, ha realizzato una diversa estetica nei suoi lavori, ma questa non ha escluso il percorso fino qui intrapreso. Questa raccolta minuziosa e attenta di oggetti biografici rinvenuti non è altro che l'horror vacui del tempo tracimatore di storie e biografie.
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Lello Voce, "Anni di guerra network nostrano", testo in catalogo Anni di guerra network nostrano, Roma 2004
Un fumetto è una cosa fatta da disegni e parole. Di che fumetto si tratti dipende poi anche (e, a volte, soprattutto) da che rapporto c'è tra disegni e parole e questo vale più che mai nel caso di Gianluca Costantini e di queste sue tavole dedicate ai nostri, tristemente familiari, ormai quasi domestici, "anni di guerra".
Le parole di Costantini sono invadenti, vanno sopra le figure, le coprono, ma non le nascondono, anzi si integrano nei segni visivi, divenendone parte, potenziandone la capacità allusiva grazie ad un loro aspetto curvo, arabeggiante.
Le parole scritte (anzi, disegnate) da Costantini, quasi fossero una rete di vocaboli gettata sulle tavole a catturarne il senso e a trattenerlo stretto, accanto al disegnatore e al suo lettore/spettatore, sono una sorta di grafemi, sono segni 'concreti' (nel senso che alla parola attribuivano teorici e poeti del calibro di Haroldo De Campos, o Eugene Gomringer) dove la forma materiale del supporto linguistico ha valore (formale e anche semantico) pari ai contenuti veicolati, stabilisce una forma dello scrivere, del lettering , che è esteticamente decisiva e che influisce sul senso globale della comunicazione e mi ricorda, per l'appunto, certe esperienze internazionali di poesia concreta e visiva.
Per altro verso, continuo, legato, legato quanto un corsivo, è il tratto del disegno, a volte morbido a volte spigoloso, sempre spiccatamente espressivo, nero quanto le parole che lo accompagnano, a formare con la scrittura una sorta di multiverso pittogramma, spiccatamente personale.
La ricerca di un linguaggio 'diverso', nuovo, va poi di pari passo con la scelta di parlare di ciò di cui non si parla, o si parla poco e male, e di farlo in modo 'politico', mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni di un mondo in cui la violenza e la guerra rischiano di restare l'unico orizzonte possibile.
E così dalle tavole fanno capolino i volti di molti "che dicevano la verità" e quelli - sinistri - di chi ha scelto di eliminarli per farli tacere, a dipanare un filo rosso che comincia ieri, a Marzabotto, per terminare, oggi, in Iraq, quasi che queste tavole fossero segnali di pericolo, inviti a deviare, prima che arrivi domani, dalla traiettoria di un'autodistruzione folle e inutile, nella quale alle guerre guerreggiate si accompagnano le stragi 'bianche' da lavoro, i genocidi per fame, le violenze quotidiane, familiari.
Dall'intrecciarsi dei segni linguistici e di quelli iconici, dal fondersi e confondersi dei volti, dei corpi, delle cose e dei drammi disegnati, con le parole che li accompagnano in un contro-canto spesso secco, essenziale, gradevolmente stridulo, nascono personaggi che sono protagonisti di una sorta di fumetto istantaneo, che si risolve in un'unica, fulminea immagine, in un lampo crudele che squarcia il buio della pagina intorno.
Ma ognuno di questi lampi è poi elemento di un insieme che è molto più che la somma delle sue parti, che anzi costituisce un organismo , un'individualità complessa... una strana razza di fumetto, un fumetto che, se potesse descriversi in proprio, facendo a meno dei bla-bla di questo introduttore un po' ingessato, forse direbbe, come diceva di sé Adriano Spatola, indimenticabile poeta: «io sono una città, con tutti i suoi abitanti...»
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Alberto Zanchetta, "Il mantice del morosofo", inguineMAH!gazine n.3 Roma 2004
Molto si è detto e scritto a proposito delle machines célibataires , merito soprattutto delle dissertazioni di Carrouges; ragguardevole anche il numero delle macchine alchemiche nate per mano di Claudio Costa; il genere delle Macchine Supreme sconfina però ben oltre gli argini del novecento procrastinando un dibattito che ha radici assai profonde. Dai suoi rizomatismi dovrebbe anzi ripartire la questione anagogica mettendo al bando tutta una contemporaneità che insiste su frivoli temporalia . Sarebbe insomma necessario approfondire la conoscenza di una qualsiasi Macchina Suprema, interrogarsi su quale sia la causa prima, quale l'effetto, per scoprire, quasi certamente, che suo "principio e fine" è in realtà la fabrica umana, l' homme machine .
In una prefazione all'opera, Giovanni Barbieri definiva «pazzo» Gianluca Costantini. Per quanto disinvolta, l'affermazione racchiude in sé l'idea romantica che accetta il folle come l'altra metà del cielo, come doppelgänger del genio artistico. Dopotutto «fu necessario che Cristoforo Colombo partisse con dei pazzi per scoprire l'America. E considerate come questa pazzia abbia preso corpo e durata» [Breton]. Al di là di una presunta albagia, Costantini incarna la figura del morosofo ("saggiamente folle/follemente saggio") e con lui l'eccentrico Milos - infinitamente diverso - affetto da disturbi mentali, arbitrarie amnesie, del tutto incapace di riconosce il mondo che lo circonda. Persino le cose più banali e semplici gli risultano arcane. «Carneade, chi era costui?» potrebbe ripetersi in eterno. Nonostante la malattia gli ottunda i sensi, Milos ha l'innocenza di chi guarda il mondo per la prima volta, con stupore, meraviglia, voluttà. Contempla l'incanto di ogni cosa, di ogni evento, di ogni minuzia (e nelle tavole di Costantini i particolari si sprecano, ciascun dettaglio-decoro concorre alla creazione di un intricato arazzo). Malgré lui , Milos rientra nell'alveo dei pazzi ritratti da Géricault, quantomeno per l'affezione monomaniacale della propria morte, di cui conosce il giorno, il mese, l'anno [ vivitur in genio: caetera mortis erunt ]. Pazzia o illumination ?
Egli contempla un mondo che crede estraneo, ma che non gli è mai stato più vicino di così. Il dramma individuale finisce tuttavia per inquinare la società, e con essa degenerano anche i rapporti interpersonali (lo testimoniano le debolezze dei personaggi femminili: madre e fidanzata commettono adulterio). Pertanto, la frattura diventa baratro. Cloison che ritroviamo anche nel segno, un nero livido, compatto, che contorna le figure nel più classico stilema dei comics. C loisonnisme, i cui antecedenti storici risalgono alle vetrate e ai mosaici medievali.
Il puzzle-visivo di Costantini sembra non avere mai termine, i tasselli che lo compongono non accennano a esaurirsi. Ogni immagine è un universo di segni, impossibili da districare, da isolare, talmente tortuosi che finiscono con l'avvolgersi su se stessi, simili alle spire che stritolano il serpente. Grovigli di fiori, nuvole, capelli, uccelli, rovi, onde marine, costellazioni... le tavole sono degli arcipelaghi in balia di vortici-texture su cui l'occhio percuote, perdendosi. Benché ingordo, benché pantagruelico, l'aspetto dominante nel tratto di Costantini è il senso ritmico. Per nulla ingenuo, sempre incline alla citazione, alle volute del Modern Style in perenne conflitto con le linee rette e gli spigoli taglienti.
Nell' engagement expérimental intrapreso da Barbieri e Costantini sorprende soprattutto l'asincronia dei linguaggi, un procedere parallelo che si interseca, coesiste, pur imponendo la diversità, la complessità, la gerarchia dei rispettivi idiomi. Il testo fa infatti seguito al disegno - non viceversa - smentendo quanto professava l'evangelista Giovanni ( in principio erat verbum e il verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio). I due autori, ciascuno a proprio modo, amministrano il tempo della Macchina Suprema che altro non è, se non un grande cronometro che scandisce i rintocchi della fine, un ordigno di morte la cui vittima designata è Milos.
Una volta Einstein disse che avrebbe preferito fare l'orologiaio, se solo avesse potuto immaginare quali sarebbero stati gli sviluppi delle sue ricerche; conseguenze che hanno cambiato tutto «tranne il nostro modo di pensare». Non rimane dunque che il pneuma/noema, soffio sublime, processo aerobio, quintessenza del genio, del folle ("sacco pieno d'aria") che alimenta, dà vita alla vita.«Per quanto ne so - affermava Russel - nei vangeli non c'è nemmeno una parola di lode all'intelligenza» eppure, lo si legge nell'Elogio di Erasmo, «Nessuno [...] offre sacrifici o innalza templi alla Follia» perché (per dirla con Blake) the road of excess leads to the palace of wisdom.
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Serena Simoni, "Macchina Suprema", inguineMAH!gazine n.2, Roma 2003
Tutte le volte che ho guardato le tavole di Costantini ho avuto la percezione di un’ambientazione notturna: una sensazione non ragionata, almeno finora, ma adesso più che mai precisa. Cieli di stelle, colore nero predominante anche oltre e al di là della storia presente, la Macchina Suprema. Anche quando ambientata in interni, l’azione si svolge contestualizzata in un nero-piombo incombente e, se per caso è giorno, l’orizzonte a motivi decorativi ricorrenti si alza fino a diventare cortina, consegnandosi così a uno spazio claustrofobico, di nuovo e infinitamente notturno.
Mi sembra inutile ribadire l’utilizzo da parte di Gianluca di motivi Art Nouveau – così evidenti nella loro stilizzazione unidimensionale, nella loro ambivalenza di vuoti e pieni, in quella ridondanza curvilinea così seducente – piuttosto mi chiedo il significato più profondo di questa notte senza confine e quali le unioni con essa.
In Macchina Suprema la notte è collegata alla dimensione del sogno ma anche surrealmente alla verità – almeno per alcuni protagonisti del racconto -, al possibile, ai segni che predicono e si traducono in destino. Un trattato non basterebbe a riassumere le tradizioni letterarie, scientifico-filosofiche che stanno dietro a queste interpretazioni, ma che importa stare qui a ripeterle? E’ comunque questa dimensione intima a dominare, un’oscurità che non apre mai ai grandi spazi interrogativi o programmatici, che all’opposto stanno sempre in piena luce, sotto i riflettori del giorno. Essa piuttosto bisbiglia all’orecchio una favola e ondeggia ambiguamente fra il sonno e la veglia, piegando ogni resistenza razionale: è nell’ossessività del notturno che si rinforza il potere seduttivo del racconto, quel dipanare lento il filo fantastico degli avvenimenti.
Credo che all’inizio dei mondi non ci potesse che essere un racconto per immagini, il primo a porre ordine alle esperienze del giorno, a distinguere il sacro celato nel dettaglio. Così capisco l’amore di Costantini per Blake, uno dei più grandi affabulatori per immagini e verbo, così potente nel rendere la sua visionarietà e nel rilevare il sacro in ciò che lo circonda. Lui - uomo di fede, anche se eteronoma - cela e rende visibile allo stesso tempo mediante l’ambiguità che è propria della visione. Ambigua e notturna (perché l’eccessiva luce non è che il suo opposto, il buio).
L’altro elemento così evidente in questo come in tutti i lavori di Gianluca è la predominanza totale della decorazione. Viene da sottolineare quanto essa sia calibrata: ammiro il fatto che non scompensi mai la scena e non porti mai in secondo piano ciò che invece è prioritario, rendendo sempre chiari i nessi e l’impianto logico di azioni ed espressioni. E pure è così presente che – se presa a parte – potrei quasi definirla eccessiva. Che c’entra questa con la notte?
Mi vengono in mente l’ostilità di Loos sull’ornamento e le dissertazioni filosofiche di De Chirico sulla linea curva. Ma credo occorra ripartire dalle tavole qui a seguito per ipotizzare una chiave d’interpretazione diversa. Il mondo costituito da linee di questa storia è oltre l’essenzialità, che può esser definita, ma a fatica, per sottrazione più che per evidenza. E’ l’equivalente di un mondo di estrema bellezza dove i segni si moltiplicano con un vitalismo da fare invidia alla stessa natura. Ma quale linee sottrarre per giungere all’essenziale? E se anche riuscissimo nell’operazione, avremmo poi un risultato convincente? Mi sembra di poter affermare il contrario: ogni linea nel suo eccesso, ogni decorazione nella sua caparbia ripetitività rappresenta la foresta necessaria che ci circonda, dove tutto ha senso – o forse il suo contrario.
Il quesito rimane irrisolto: ma ciò è del tutto ininfluente alla luce della seduzione di una storia, e se “tutto ciò che è profondo ha bisogno di una maschera”, allora abbiamo bisogno ancora di vedere queste immagini e di farci catturare dal racconto.
Magari di notte ... come all’inizio dei mondi.
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Marco Pellitteri, “Esortazioni a un webmadonnaro”, Cyberzone n.17, Palermo 2003
Gianluca Costantini è un artista stra-ordinario.
E’ un innovatore.
Scrivevo in un numero di “Fumo di China” dell’inizio del 2001, nella recensione di un suo libretto, Archeangiolie, e del catalogo della sua mostra personale Decoration of Existence: “siamo testimoni del genio visivo di un artista straordinario […] a mio modesto avviso l’unico “difetto” di Costantini è che l’ambito della carta stampata mi sembra un po’ stretto per le sue enormi potenzialità figurative. I suoi disegni, realizzati con estrema disinvoltura in un’unione di matita, pennello e computer, sono troppo costretti non solo nella monocromia ma soprattutto nelle due dimensioni della pagina”.
Non ci sono parole migliori di quelle dell’autore stesso, in certi casi, per esprimere sinteticamente il suo mondo. Ecco come si presenta, candidamente, con originalità, Costantini, in una lunga intervista che mi concesse medi addietro ancora per “Fumo di China”: “potrei dirti che non mi chiamo Gianluca Costantini, che è un nome falso, inventato. Cosa cambierebbe? Io non esisto: esistono le mie decorazioni, e sono loro che mi disegnano nel mondo. Sono stato a San Francisco? Ho conosciuto William Burroughs? Ho preso lezioni di fumetto da una bambina di cinque anni? Mi strapperei gli occhi per sapere chi sono veramente […] la visione si crea nel tuo cervello galleggiante, bisogna lascarsi andare in un’estasi da monaco tibetano mentre crea il suo Mandala, ipnotizzare la propria parte razionale. Cercare di non pensare. Cercare di dividere il corpo dalla mente […] La bugia come forma d’Arte, una teoria molto interessante e facilmente applicabile; tutto è discutibile. Non dovremmo essere consapevoli del fatto che stiamo ingannando noi stessi? Quanto più inganneremo noi, tanto maggiore sarà l’inganno; con questa energia imponiamo il nostro stesso inganno agli altri. L’arte stessa non è un processo di ricerca, un perseguire ammirazione, sicurezza, prestigio, potere. L’Arte è un inganno”.
Grazie a quell’intervista mi sono ricreduto circa il limite della carta stampata: Costantini è un visionario anche nel web e della multimedialità, e per l’appunto gran parte della sua innovatività sta nel saper sfruttare appieno le potenzialità di internet e del multimediale in genere, in continui fronti con i nuovi media, al termine dei quali esce spesso vincitore. Non senza fatica, certo, e non senza ferite. In altre parole, non senza errori e limiti progettuali, talvolta di ripetitività nei temi, o di non eccelsa qualità grafica in alcune sue opere più concettuali e al confine fra astrattismo e figurativismo. La storia dell’arte insegna tuttavia che dall’errore e dalla reiterazione di prove ed esperimenti scaturisce infine la sintesi suprema di un messaggio estetico. Costantini segue le sue strade e guida se stesso alla scoperta di sempre nuove formule.
E non è solo. Sempre da “Fumo di China”: “devo molto a Aubrey Beardsley, e al disegno giapponese, ma ci sono anche tanti altri come William Blake, Dante Gabriel Rossetti, Ferdinand Jodler, William Morris, Andreas, Bill Sienkiewicz, Alberto Breccia, i mosaici bizantini, Albrecht Dürer, Memling, Howard Chaykin, le icone greche e russe, tutto ciò che è decorazione, gli scrittori William Burroughs, Allen Ginsberg, August Strindberg, Shelley, Mallarmè, e poi la musica, Dead Can Dance, Current 93, David Sylvian, Maslimgauze, Ultravox, e cento altri”.
Fra essi c’è un numero relativamente basso di fumettisti e illustratori, e abbondano invece gli illustratori visionari e alcuni scrittori cruciali di certa letteratura beat e psichedelica. Ma mi rendo conto di aver usato delle etichette che forse sminuiscono il contributo di autori quali Allen Ginsberg e William Burroughs. Quest’ultimo, in particolare, è per Costantini una fonte sempre fresca di linfa artistica, d’ispirazione tematica e di suggestione. Forse si tratta di una sorta di padrino artistico, di nome tutelare. Non lo so, ma potremmo chiederglielo, un giorno o l’altro. Per adesso forse ci è sufficiente immergerci nel clima onirico, diaristico, lisergico del fumetto El hombre invisible.
Ma è poi un fumetto? Mah. Le definizioni possono uccidere, talvolta. Io vedo delle tavole, delle illustrazioni raffinatissime che commentano didascalie fortemente citazioniste – o forse sono piuttosto le didascalie che completano i disegni.
Occorrerebbe una gran competenza pre-testuale su Burroughs, Ginsberg e Kerouak (e sul Liberty? su Mucha? sulla Pop Art? su Kafka? sull’arte stocastica?) per cogliere i riferimenti testuali e iconografici uniformemente spalmati, come si dice oggi, da Costantini nelle sue tavole. E tuttavia è lecito chiedersi: il limite è del lettore, se magari conosce questi autori e le relative citazioni, oppure Costantini si rivolge a un pubblico eccessivamente colto, elitario? E’ per questo che lui e gli altri artisti di simile area culturale sono amatissimi in certi ambienti e non emergono a livello mainstream? E poi, al loro importa qualcosa? Sinceramente spero di sì, per una ragione tanto semplice quanto poco considerata in alcuni ambiti artistici: che l’arte non dovrebbe essere per gli happy few (che poi tanto happy non sono più da tempo, e tendono peraltro a divenire sempre più few) ma essere estesa il più possibile.
Però come si fa a convincere ma zia Cettina a leggere il pasto nudo anziché l’ultimo “Harmony”? Mi vengono scherzosamente in testa proposte lisergiche, ma va da sé che questi autori devono esser godibili per la loro cruda statura artistica e non per la pregressa condivisione di un’esperienza di vita o per una comune visione delle cose.
Forse la grande sfida di Costantini, e con lui di tutto un gruppo di autori poco noti al mondo là fuori, è proprio quella di farsi notare senza peraltro svilirsi o semplificarsi. Il cammino è appena cominciato. In ogni città ci sono associazioni in grado di organizzare, e bene, mostre, convegni e dibattiti, in tutt’Italia è possibile accedere ad almeno alcuni canali di comunicazione ben seguiti, come la radio. L’importante è non parlarsi addosso ma entrare nella testa di chi guarda Sarabanda e Moranti il sabato sera pensando che il mondo sia tutto lì. Perché certo c’è gente che lavora per far sì che le grandi platee e le casalinghe di Voghera la pensino così. Dunque va’, Gianluca Costantini, con i tuoi eleganti simboli visuali, con la tua profonda cultura multidirezionale, cresci, espanditi, ed elimina i difetti formali della tua produzione, evita – se lo fai – di compiacerti troppo della bellezza tremenda e simmetrica delle tue opere migliori, e fa’ il mondo partecipe della tua Arte, a costo far storcere nasi benpensanti e benodoranti. Fra alcuni anni, qualche copia invenduta di “Oggi” e “Capital”, qualche tetta sferica lasciata in edicola forse la dovremo, gloriosamente, a te.
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Chris Lanier, "GRRR! A Tavelogue of Sorts", The comics journal n.251, Seattle 2003
Costantini's work is very two-dimensional and design-oriented; continuity between panels is secondary to the pattern of the page as a whole. More than the work of previous cartoonists, he draws his inspiration from Byzantine sources: there is an absence of perspective, a lack of empty space or "atmosphere" between images. He has taken in the influence of Ravenna, the town where he lives, witch is rich with early Christian mosaics. The text in his work, he explains, is mainly a decorative element: sounds that have the function of decoration. Zograf asks him if the Italian comics scene supports such esoteric work, bur Costantini rejects the term: "My work is not esoteric - or religious. It is simply aesthetic." Of course, that's something only an esoteric would say.
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Fabiola Naldi, “L’ascesa orizzontale di Gianluca Costantini”, testo in catalogo Studio Mascarella. Bologna 2002
In una ipotetica e rinnovata edizione della Settimana Enigmistica le tavole di Gianluca Costantini potrebbero essere concettualmente collocate all’interno della sezione “rebus da risolvere”, ovvero l’apoteosi di un intricato tranello dove risolvere l’enigma significa decifrare l’apparente caos interno che l’ideatore ha volutamente disposto bidimensionalmente tra piani e sequenze intrecciate.
Ma niente paura, nessuna destabilizzazione, che si abbandoni lo sconforto del recuperare l’immagine o il soggetto di partenza; il rebus in realtà si autodistrugge nell’istante stesso in cui la percezione dell’immagine realizzata viene addomesticata dall’attenzione e dalla curiosità dell’osservatore.
Niente viene oscurato o mistificato da altre “anomale illustrazioni e rivisitazioni”: l’intenzione icastica voluta dall’artista è già contenuta nella griglia strutturale del disegno in parte realizzato manualmente e successivamente rielaborato digitalmente.
Gianluca Costantini non ha abbandonato un percorso stilistico iniziato nel rassicurante mondo del fumetto e dell’illustrazione, ha solo operato concettualmente in un’ulteriore dimensione più sofisticata, più tecnicamente avanzata, adoperandosi e divertendosi in una griglia decorativa data per rielaborazioni matematiche e geometriche che è il software base di rielaborazione grafica contenuto in un qualsiasi computer.
Il recuperare simbologie antiche, icone provenienti da lontane culture oppure il riesumare una particolare “ideologia grafica” propria dei maestri inglesi del secondo Ottocento come William Morris e i suoi “Arts and Crafts” è rimasta ma l’ulteriore avanzamento stilistico ci viene proposto dall’affiancamento di un supporto extra artistico come il digitale che mai come in quest’ultimo periodo è divenuto il leit motiv di tante ricerche.
Gianluca Costantini si è affidato all’iniziale conversione anarchica che detiene il modulo digitale; il potere camuffare, capovolgere, sovvertire ogni regola icastica di una qualsiasi elaborazione manuale in nome di una raggiunta e rinnovata libertà non dimentica, però, il modulo di partenza, il gene figurativo dal quale, anche in questo caso, parte con una nuova forza propulsiva il mondo “surreale” di Costantini.
L’iniziale ordine iconografico distribuito ordinatamente pervade la griglia bidimensionale di questa nuova serie di pannelli dati per brandelli, macro tasselli di un’unica immagine che uniti non necessariamente devono ricostruire una precisa figurazione ma che sicuramente affiancati in una dinamica e logica installazione aiutano lo spettatore a “riordinare” la percezione d’insieme.
La tecnologia aiuta ancora più tale “presa” concettuale di un’iconografia resa, in questo caso, per particolari, per micro tessere funzionali a un distacco visivo voluto e ordinato dall’artista che ne calibra, proprio mediante l’uso del computer, ogni successiva rielaborazione visiva.
La seduzione di una spiccata decorazione (volutamente amplificata anche nei titoli dei lavori), mai concepita come limite kitsch o “sovraccarico narrativo”, pervade ancora la struttura dinamica di una riflessione, in questo caso, distaccata e raffreddata dall’uso di un supporto cromatico bianco nero e da una ossatura tecnica realizzata in lambda, ovvero una foto fusa fra plexiglass e alluminio.
L’apparente caos lentamente svanisce in favore di un ordine interno, di un dialogo fra i brandelli di antichi simboli come il pesce, il fiore, o l’organo maschile intesi sempre come progenitori di una forza in potenza pronta a scaricare la propria energia in una dimensione bidimensionale priva di atmosfera.
Ogni singolo frammento è schiacciato, pressato dalla scansionatura e dall’affiancamento asfittico di una sequenzialità data per accostamenti e sovrapposizioni di altri simboli aggiunti pronti a scardinare, ancora una volta, la tranquillità percettiva dell’osservatore.
Se ne evince una ferma intenzione di distaccarsi da una narrazione figurativa a favore di un approfondimento del particolare e del desiderio di rendere protagonisti icone e simboli perlopiù segregati sul fondo dell’immagine di tante illustrazioni antiche o dei molti mosaici greco romani a cui spesso Gianluca Costantini fa riferimento.
A questo punto la rielaborazione alla seconda prende vita in un intricato intreccio di piani cromatici e formali che si avviluppano in una parete bidimensionale chiusa e impossibilitata a un eventuale e successivo dialogo esterno. Lo scatenarsi di nuove energie propulsive accade, comunque e sempre, all’interno di una rinnovata figurazione à plàt dove i segni multipli e le tracce madide di lontani ricordi e riferimenti si distaccano dall’idea convenzionale di un’illustrazione fumettistica per allinearsi a una concezione artistica rinnovata data per totale assenza di categorie e appropriazioni stilistiche.
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Giulio Guberti, “Vaticini di un oracolo…”, testo in catalogo Studio Mascarella, Bologna 2002
Che le tavole di Gianluca Costantini possano essere lette in molteplici modi, che le interpretazioni siano plurime, che il senso (se questa parola ha ancora un senso) possa mutare in rapporto ai molti punti di vista o alle "filosofie" alle quali ci si affida per produrre ancora una volta senso, lo darei per scontato e pertanto su ciò non vorrei soffermarmi più di tanto. E non sarebbe neppure difficile: due immagini per quanto dissimili, per quanto possano sembrare lontane per genere e specie (tanto per rifarsi alla nomenclatura di Linneo), se si accostano, si finisce per trovare tra loro un raccordo, una connessione o, come avrebbe suggerito Freud, un'associazione, anzi, una libera associazione di idee. E passi pure per tre o quattro icone (la stessa cosa vale per le parole): un modo di dare loro un significato si trova. Sarà casuale, aporetico, ma si trova. Si veda per esempio il rapporto tra cose, animali e umani nei sogni: bene o male un racconto si riesce a produrre o, almeno, una situazione: si troverà sempre qualcuno che dirà: vuol dire questo, significa quest'altro. Ma quando le icone diventano molte allora il raccordo, la connessione o l'associazione si perdono. In questo caso si parla di confusione (badando magari a precisare, come faceva il vecchio Lukacs, che la confusione non è il caos) o di rumore come dicono i semiologi. Rumore che dal punto di vista dell'arte non è né un pregio né un difetto; è soltanto un ostacolo alla "comunicazione" che avrà una sua ragion d'essere (se ce l'ha) sul piano mediatico, ma non su quello artistico
Le icone di Gianluca sono nitide, eseguite con estrema precisione (un omaggio alla lentezza, alla pazienza certosina), disegnate in bianco e nero con la china, sono come usa dire "riconoscibili": un pesce è un pesce e così per la testa di un uccello, un motivo decorativo classico o liberty rivisitati, segni zodiacali, mandala sacri di meditazione e di estasi, cornici variamente decorate, nudi di donne, note musicali, angeli e diavoli, un Cristo tra le fiamme, croci e totem o maschere di idoli, eccetera. Ma l'associazione è quanto meno criptica. (da kryptós, nascosto, sepolto).
Si tratta di una mostra, dal titolo, "Voi siete, e in un caso o nell'altro, non scappate", titolo oracolistico, come si vede. Composta da pannelli, diversi dei quali disegnati manualmente e altri rielaborati al computer. In questi ultimi dal momento che, elettronicamente, il fondo diventa nero, le figure dei personaggi vengono come velate, tendono a scomparire, diventano fantasmatiche. Qui, la decorazione (ovunque esuberante) prende il sopravvento, tende a padroneggiare il campo, e nello stesso tempo si sovrappone e inizia a frantumarsi: insomma non è la "bella" decorazione dei tappeti persiani i quali, è stato detto, sono la metafora del Volto di Dio. Direi piuttosto, citando William Blake, autore amato dal nostro artista: "… vidi l'Angelo che ora è diventato Diavolo, aprire le braccia ed abbracciare la fiamma di fuoco: e fu consumato, e risorse come Elia". Quindi una decorazione non consolatoria ma piuttosto inquietante…
Credo si possa dire (con relativa tranquillità) che l'artista ha scelto come trait d'union di questi disegni l'opzione stilistica: c'è una sua cifra in queste tavole che in certo qual modo le unifica. Ed è cosa piuttosto rara tra i giovani artisti (senza voler fare del giovanilismo un'etichetta) che decostruisce ancor più la lettura. Infatti una volta notata per così dire l'evidenza e la riconoscibilità, si avverte ancor meno che a significanti coerenti e riconoscibili non corrispondano significati altrettanto coesi; anzi si viene indotti ad accanirsi a cercarli: una trappola, come direbbe Amleto, per far precipitare la coscienza del re? Si potrebbe anche aggiungere che l'imprinting di queste tavole è quello dei fumetti di Gianluca, cioè il loro carattere distintivo della "nascita": ma poi, crescendo, si ha la sensazione di un distacco ombelicale. Addirittura nelle tavole rielaborate al computer sembra che la sovrapposizione di una decorazione frammentata, voglia se non cancellare, quanto meno attenuare l'influsso genetico: si potrebbe dare spazio alla massima, cultura vs. natura. Ad ogni modo, che sia nella cultura-natura dell'artista o nello "specifico" del computer, le ultime tavole anche in senso cronologico, sembrano accodarsi meno a quel prefigurato destino genetico.
I titoli delle tavole sono lunghi, sembrano abbozzare un racconto che nei disegni manca. Un titolo così recita (rispettando gli "a capo", anche se non credo vogliano avere, nella volontà dell'autore, la scansione dei versi poetici): "Non c'è movimento, ma feci una lunga svolta a destra, mi venne da ridere, ero felice di vederti, / poco dopo quel piacere diventò indifferente, abitudine, si tramutò in cicaleccio infantile, erano passati tre minuti. / Soprattutto era fastidio, avevo un infinito diritto di piaceri sublimi, sottintesi, inclinati. / mi capita a volte di fare degli sforzi, ma c'è di più…/ feci una passeggiata, ecco tutto. " Dal punto di vista logico i titoli sembrano non avere rapporto alcuno con ciò che è disegnato nei pannelli. E probabilmente la cosa non solo è voluta, ma è un segnale, un'indicazione apparentemente stramba, per influenzare (ma non più di tanto e senza coercizione) una possibile lettura dell'artista stesso che, però, è una delle tante possibili.
Dire che in queste tavole si nota una assenza temporale, potrebbe trarre in inganno: disegni senza tempo come in una "metafisica" rivisitata? Forse le cose stanno diversamente: proverei a riportare questi di-segni con i piedi per terra. In tutto il XIX e in gran parte del XX secolo abbiamo assistito a uno sviluppo "storico" che ha saturato completamente lo "spazio" terrestre: tanto che non ci sono più "terrae incognitae". Non so se questa sia una specie tutta particolare di fine della storia o, come qualcuno ha detto, la storia che diventa sempre più geografia. Anche la cosiddetta mondializzazione o globalizzazione concorre allo scopo. Ora, non vorrei prendere la cosa dal punto di vista del cosiddetto pensiero unico perché ciò facendo si rischia di buttarla in politica. Dio me ne scampi e liberi: almeno in questa occasione. Rimane però la constatazione che questo spazio interamente conquistato e scoperto e colonizzato si è come ripiegato su se stesso, quasi implodendo e, con ciò, ha quasi eliminato il tempo, cioè la sua quarta dimensione che era stata scoperta dalla fisica a cavallo dei due secoli menzionati. Quando si dice che si sta perdendo la "memoria storica" si ricorre a una banalizzazione che però è meno evidente nelle sue cause più profonde. Credo si possa dir meglio con Jean-Luc Nancy: "In un certo senso, è l'intero spazio dell'umanità e della natura ad essere imploso. Conquistato integralmente in ogni sua dimensione (le quattro dimensioni dello spazio-tempo euclideo, quelli degli spazi non euclidei e quelle dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo per taglia, massa, forza, velocità…), lo spazio ha cessato di essere un volume estensibile nel quale slanciarsi o del quale, meglio ancora, l'esploratore una volta accresceva egli stesso l'espansione".
Nell'ambito dello spazio senza "tempo storico" (e non solo, genericamente, senza tempo) mi sembra, anche segnicamente (il campo tende a brulicare ovunque), questi disegni di Gianluca e in particolare gli ultimi elaborati al computer, si riempiono di una decorazione "cattiva", invadente, nera, senza colore, senza Dio. Qui la figura è già diventata fantasma, l'evento è già avvenuto, l'ombra dello spettro sta calcando la terra. Si è già compiuto l'occultamento…
Aprire uno spazio per una vista, come suggerisce ancora Nancy, è un movimento e il movimento è tale poiché avviene nel tempo: dunque questa nuova spaziatura comporta un'apertura verso una storia, se non una nuova storia, una diversa storia? Dobbiamo fare l'esperienza ancora di una "storia"? Di una storia in uno spazio conquistato totalmente? Di una storia della mondializzazione? Personalmente credo di tirare i remi in barca: mi manca la forza e forse anche il gusto di sapere come va a finire. Ma Gianluca è giovane, lo sento dai suoi titoli, dai titoli dati a queste tavole che sembrano non avere connessione con esse. Essi in realtà sono racconti o, quanto meno, abbozzi di racconti e, posso anche sbagliare, mi sembrano anche racconti pulsanti della sua esistenza, del suo essere-nel-mondo, del suo esserci. E il racconto non ritrova soltanto il tempo, ma anche una storia. O, per estremizzare Eric Hobsbawn, la storia altro non è che racconto. Mi chiedevo infatti come mai Gianluca amasse o, almeno, ammirasse Blake. "Vi dirò quello che Giuseppe d'Arimatea / Alla mia Fata disse: non vi pare che fosse molto buffo? / 'Plinio e Traiano! Voi? Siete qui? / A Giuseppe d'Arimatea, prestate ascolto. / Con pazienza ascoltatelo, e quando avrà Giuseppe terminato / Ne riderà un pagliaccio divertendo una fata'". C'è molto più Blake nei titoli abbozzi-racconti che nei disegni. Nella cifra dei disegni c'è molto più la bidimensionalità del liberty o, volendo, dei mosaici bizantini delle basiliche ravennati. O di certe stilizzazioni che, magari lontanamente, derivano da certe stampe giapponesi: il sentore di oriente che anche Montale aveva avvertito in Ravenna e dintorni.
A questo punto potrebbe non essere assurdo parlare di "schizo" (Deleuze), di divaricazione o di frantumazione. Ma è l'oscurità a prevalere: il nostro è diventato un mondo oscuro e le parole come le immagini sono altrettanto oscure (cercherò di arrivarci più consapevolmente alla fine di questo scritto). Il titolo di una tavola (lo si può leggere per intero nella didascalia) finisce con due proposizioni o, in questo caso, versi: " Sarà lì finché qualcuno non busserà alla porta. / Sarà lì finché qualcuno non chiuderà quella porta". Ma chi? "l'intelligenza che aggira sempre" o "il dolore e la solitudine"o qualcos'altro di cui si dirà? Scriveva Ungaretti che "per sette lustri" lavorò alla traduzione di Blake, proprio a proposito di questi: "Il vero poeta anela a chiarezza: è smanioso di svelare ogni segreto: il proprio, il segreto della sua presenza terrena… cercando d'impossessarsi, folle, del segreto dei segreti. Egli ha coscienza che la parola è difficile e se ne dispera, ma, la rende fatalmente più oscura, più intrappolata nei significati".
Ciò che trovo sempre strano, dopo tanti anni che scrivo di e per artisti, strano, piacevole e stancante, è questa sovrapposizione all'opera o alle opere, che inizia quasi annusandole e poi strusciandole e infine guardandole con la sensazione di essere guardato: insomma una specie di erotismo di testa e passionale che alla lunga lascia vuoti, proprio come alla fine di un atto sessuale. E ciò stanca ed è a partire da qui, da questa stanchezza che suscita il piacere al suo esaurirsi, che Freud ha scoperto che al di là del principio del piacere c'è la pulsione di morte. "Sarà lì finché qualcuno non chiuderà quella porta". E già: quella porta!
Molto acuta ho avuto questa sensazione inquietante, guardando e facendomi guardare da questi disegni di Gianluca Costantini. Forse ho scritto come se l'opera o le opere mi parlassero e mi dicessero le cose che ho cercato di dire loro e che ho cercato di scrivere per l'Altro o per gli Altri: c'è una forma di egologia che la critica d'arte (come qualunque altra critica e qualunque altra scrittura) non riesce mai a superare completamente. Ma ai tempi in cui scrivevo alla Guy Debord (tanto per fare un nome che rappresentava una critica radicale, forse la più radicale), di merce, di feticismo e di provocazione (sperando di cogliere, al fin la meraviglia), le cose sembravano prendere una piega diversa. Almeno più ludica e certamente più vibrante.
In questo momento, vorrei proprio sapere a chi appartiene l'immagine di quel fantasma che viene occultato dalla decorazione. Se sono io che guardo l'immagine nascosta di Gianluca o se è lei che mi scruta, che sbircia. Se coloro che la guarderanno in mostra avranno la medesima sensazione: di essere spiati da qualcosa che in un modo o nell'altro ha a che fare con il nostro lato oscuro, con la pulsione che subentra al piacere. A cui si possono dare diversi nomi: ognuno a suo piacimento. Al posto della merce, del feticcio e della provocazione? O di ciò che si situa "oltre"? Che sia lì, scavando nella rimozione, il segreto dei segreti di cui parlava Ungaretti? "Non scappate" dunque, tanto più che è inutile…
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Gabriele Ferrero, “Ecco l’impero dei segni”, Blue l’immaginario erotico n.134, Roma 2002
Esistono, in ognuno di noi, delle regole non scritte alle quali attenersi è fisiologico. Non s’inganni chi crede di riconoscere in esse la somma dei propri desideri: questi non sono che espressioni istintuali prive di spinte trascendenti lo stato materiale. Tutto ciò che ci unisce al passato, non solo quello legato alle nostre esperienze storiche, ma, soprattutto, agli eventi precedenti ed esteriori a noi stessi, sono timbri indelebili cui attingono i significati più profondi del nostro essere.
Le parole, non meno malleabili delle supposte certezze che danno loro vita, accarezzano le misure di certe metriche rimaste intatte alle presunte erosioni del tempo trascorso. Gli echi antichi, senza più suono, si riverberano nel ricordo per diventare voce compiuta. Un fitto fraseggio, composto da punteggiature senza regole apparenti, chiusure improvvise e cesure cicliche, percorre l’arco ideale che racchiude l’atto e la sua rappresentazione insieme. Dai bordi dei tombini rivoli di pioggia, come labili confini tra aria e acqua, scorrono congiungendo gli elementi. La memoria di sé, veloce e d’improvviso immobile, si ricompone oltre l’effettività dello scorrere del tempo. Dall’argano, che srotola ingordo fiumi di funi e filari di alberi lungo gli argini e il greto assetato, i cardini ruggiscono accordi reconditi: su queste note si stende la piega dei pensieri. Quali accenti arcuati, rotonde sonorità spaziano tra i volumi vuoti delle alcove; girano attorno ai sogni riprodotti alle pareti, alle frasi rimaste strette ai panneggi delle tende …Cammino lungo il corridoio, mi fermo un minuto e lancio uno sguardo al cielo stellato, uno sguardo ai miei ricordi… Di ogni ricordo, oltre alla ricostruzione spazio-temporale, si propone l’emozionale. Anzi la volontà di rendere l’aspetto sentimentale, che è dentro e oltre se stesso, è il solo presupposto da cui nasce la necessità di ricordare.
Il pensiero si dipana, s’inerpica lungo sentieri arditi, scende negli avvallamenti dei ripensamenti, laddove il racconto scaturisce col riemergere simultaneo dei sentimenti.
Gianluca Costantini ne intuisce singole intonazioni, chiare nel frastuono che queste, contemporaneamente, creano. Ma tutte le voci sono una voce sola …Mi provocava in modo delizioso, con il brusio dei suoi baci… E noi dovremmo rigettare il senso di ogni frase, per meglio comprendere il rimbombo degli assiomi e degli ossimori infranti, senza vestire altro che le nostre convinzioni; difenderci da contraddizioni non prive di bellezza, affinché svaniscano con sostanza di menzogne le illusioni partorite dalle passioni. Così gli inganni si estinguono in un racconto univoco svolto da più narratori che, come fossero ancora presenti, rendono alla memoria di un trascorso la valenza di resoconto oggettivo. Ogni aspetto è implicito e, in confronto all’atto reale, si astrae da eventuali altri vissuti per concentrarsi su chi lo rievoca. L’evento ora fluisce in un tempo interiore segnato non più dal ticchettio dell’orologio, quanto dal battito cieco del cuore. Abbattendo la distanza che ce ne divide, il momento passato ritorna presente su di un palcoscenico ideale. La conoscenza precisa di ogni elemento che ne compone la struttura diventa la chiave della sua ri-costruzione; nessun particolare defluisce nell’ipotetico e tutto rimane lo stesso senza essere mai identico. Chiuso in quella sperduta parte della notte il ricordo, non come luogo del sogno, ma quale soglia del ritorno, si apre sul suo essere immutabile. Ci sono stagioni che non conosciamo affatto e sono nel luogo che non è questo, nel tempo che non è adesso e che pure è ora, perché è lo stesso …Quando voglio, stendo un velo sui miei occhi, allora rientro in me stesso e vi trovo una camera oscura in cui gli accidenti della natura si riproducano in una forma più pura di quella in cui sono dapprima apparsi ai miei sensi esterni… poi, Gianluca Costantini comprende l’impossibilità di esprimere compiutamente certe sensazioni provate, senza limitarsi a descriverne solo la parte fenomenica. Tutto ciò viene espresso perfettamente in Freethinker, libro magmatico, nella stesura del quale l’autore plasma più volte il frutto del proprio pensare fino a coglierne la metodica. Il percorso, iniziato con Animalingua e giunto fin lì, s’interrompe. Attraverso i successivi racconti, preclusa ogni via di ritorno alle origini dei propri meccanismi narrativi, che darebbero vita a delle opere di maniera, egli valica le dimensioni che lo costringono a un modulo definito per entrare in una selva di simboli non priva di insidie. Le storie posteriori a Freethinker si involgono, perdono ogni possibile sviluppo e diventano delle immobili icone, rappresentazioni ideali del loro essere. Costantini, da limite intrinseco, trasforma l’atto di ricordare nell’unico filtro con cui è possibile raccogliere i modi del raccontare. Gli istinti rimangono uguali, così come è diverso e distante lo spirito al sopraggiungere in ogni coscienza delle età nuove. Senza più suggerire il contesto di un frangente specifico, l’autore pone il suo interesse su quei simboli che permettono al lettore di ricollegare sensazioni simili a fatti non provati personalmente. Ci si somiglia in fondo, oltre le apparenze che ci vogliono diversi, sembra dire. Gli accordi, ancora e non già della notte, si distorcono in frastuoni. La veglia notturna, poi, involucro che ne tiene le scritture, si sgretola crepitando invano in un monologo ossessivo. La volontà di ritornare diventa ricerca spasmodica, qualcosa a cui abbandonarsi totalmente, ma il passo che a questa conduce è l’accettazione di un sovvertito ordine di cose; tantochè, l’importanza dapprima data alla forma delle frasi, molto costruite, viene annullata. Con il definitivo abbandono del mondo illusorio, l’unica fonte di verità alla quale si deve giungere nuovamente è contenuta nel significato nascosto che le parole rivelano. L’associazione di parole, incontrollata, quasi caotica, si sviluppa in un continuo sovrapporsi di significati, dei quali molti si esprimono in mirabili anacoluti …La natura spesso si muove seguendo il balletto srotolato di un palcoscenico di perle blu… Ogni singola tavola si compie in una suprema sintesi. In ognuna vi è tutto il Nulla e il nulla di Tutto. Gianluca Costantini, mistico peccatore alla De Sade, eccede in un susseguirsi di frasi sconnesse, in un rincorrersi di senso invariabilmente perso. Tra questa enormità di sensazioni si rappresenta benissimo il vuoto, vera visione, patina invisibile che ricopre le sue decorazioni contro natura.
Non da poesia, ma di parole di poeti si rimane incantati; tutto è come vuoto, privo di sostanza in quel luogo di nessuno che è memoria e ricordo insieme. Sappiamo che non saranno le voci di tutti i poeti quelle da tramandare, ma di veggenti ciechi e profeti, perché poesia è già nei pensieri che producono suoni e visioni.
Crediamo che ogni scritto che abbia pretesa di spiegare non so ché di un’opera, tanto più se non scritto dall’artista, è comunque un’idiozia. A questo proposito vorremmo aggiungere che un saggio critico non necessariamente deve agevolare la lettura di una scrittura alla quale si riallaccia, quanto svilupparne una possibile; tant’è che il discorso condotto finora rimane chiuso nella tensione di proporsi come ispiratore di improbabili suggestioni e movimenti analoghi, quasi calco sull’originale, per volerne ricreare i toni con calibrate modulazioni di bulino. Se così non fosse, attraverso le altre, stesse stanze della memoria, ormai spoglie, dipinte di retorica e non di poesia, il metrico passare di pennelli diventerebbe un periodare prolisso. La critica come pratica poetica, invece, deve rivelare ovvero ricoprire con una nuova patina, ancora più leggera, ciò che non svela l’artefice: un nuovo pulviscolo che si posa su strati di polvere antica per deviare, sviare, rendere irreale il reale, o al più condurre a quel presunto vero, e non autentico, significato, tralasciando volutamente il metodo, costruzione di pensiero che resta dell’artista, e neppure suo. Allora, ciò che da quelle alte stanze riemerge è nuovo frastuono o, con maggiore fortuna, suono dal quale desumere gli stessi timbri con cui Gianluca Costantini continua a ingannare che crede di leggere nei suoi impersonali ricordi delle storie improbabili …Ho avuto il coraggio di guardare indietro / era tutto bugia… A noi, infine, rimane il dubbio riguardo l’efficacia di questo scritto. Dovremmo restare soli per poterci chiedere chi mai possa ascoltare questo silenzio. Le parole lo falliscono, precipita nel suo abisso e solo in quello si esprime, scivolando sul corpo della nostra voce intenta a non lasciarsi ascoltare.
Nota
I brani scritti in corsivo sono estratti dai seguenti volumi di Gianluca Costantini:
Animalingua (Centro Andrea Pazienza, 1996), Freethinker (Edizioni Necton, 1998), ARCan-Can-Can Hitettura (Telesma/Innovation, 2000) e dai racconti: A songo of Innocence (Interzona n.12, 1998) e dall’inedito Stations.
Le frasi riportate in grassetto sono tratte dall’introduzione di Massimo Galletti al volume ARCan-Can-Can Hitettura.
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Elettra Stamboulis, testo in catalogo Decoration of existence, Cesena 2001
FALLI MENTALI
Viatico per muoversi nei segni di Costantini
Citazioni -
"Non avete visto nessuna immagine - soltanto una voce" (Deut. 4,12)
Non sempre occorrono ringhiere, fili o lessici per attraversare con lo sguardo le opere degli artisti. Alcuni ci si spalancano davanti, generosi ed ammiccanti. Non mi pare che questo sia il caso di Gianluca Costantini, che anche quando si mette alla prova con il fumetto ci costringe sempre alla verifica del nostro baule di citazioni, al rovistare nelle macerie della nostra memoria per ritrovare qualche brandello per non perderci la maliziosa ironia che attraversa tutta la sua produzione. A volte in questo senso ci prende anche in giro: manierizza il testo figurativo con titoli lunghissimi e che sembrano alludere ad altro, quando non esiste nessun altro, ma solo il rifare il verso a chi troppo vuole dire. In questa serie di opere le citazioni sono sicuramente un elemento persistente: trasversali alle opere (comete, pesci seminali, falli ora enormi ora icone del pensiero che si rincorrono nelle superfici), oppure che le attraversano semanticamente. Sembrano tutte unite da questa ricerca sull'origine: sia essa mistica o vitale, appare raggruppare questa serie di opere che dalla genesi traggono nutrimento e che ne fanno una ghirlanda modulare di sequenze in sé autosufficienti, ma che acquistano maggiore senso se lette insieme.
Stilemi
E’ già stato scritto di quest'artista che la calligrafia è una sua peculiarità distintiva. Si può aggiungere che il particolare diviene un modulo riconducibile a sequenze che possono, nella ripetizione e ricontestualizzazione, acquisire nuovo senso. Se fosse musicista, potrebbe essere un "bachiano" oppure, per rimanere nel contemporaneo, un elettronico puro. Il colore difficilmente si innesta sulla sua superficie: quando accade, rimane non colore, puro simbolo, senza sfumatura.
Paradisi e pornografie
Esiste una ricerca di assoluto nella simbologia di Costantini: potrebbe essere presa come stranezza in un età di nichilismi. Mi è venuto in aiuto un messianico nichilista, eretico della Qabbalah, di nome Wehle, il quale si chiedeva (e la risposta era affermativa) se il paradiso non avesse subito, con la cacciata dell'uomo, una perdita più grave di quella subita dall'uomo stesso. In questo senso, il nostro artista sembra dare la stessa risposta. Un messianico nichilista, che non riesce ad emanciparsi dalla simbologia con cui l'assoluto e la sua tradizione sono stati rappresentati, ma che con l'ironia in bianco e nero della sua mano acquista un sapore assolutamente laico e contemporaneo.
Le sue icone sono parti di una chiesa il cui sacerdote alberga nella mente e che incontra estasi nel viaggio mentale o falli-mentale, che dir si voglia (una sintesi la troviamo in Mental Traveler). La sua pornografia è di quelle che, come scrive Szymborska in una sua poesia, preferisce i frutti/dell'albero vietato della conoscenza .
Wislawa Szymborska, Un parere in merito alla pornografia, Milano 1997. Cito: Preferiscono i frutti /dell'albero vietato della conoscenza/alle natiche rosee dei rotocalchi/a tutta questa pornografia in definitiva ingenua. e poi ancora: nulla è sacro per quelli che pensano/Chiamare audacemente le cose per nome,/analisi spinte, sintesi impudiche/ caccia selvaggia e sregolata al fatto nudo,/palpeggiamento lascivo di temi scabrosi,/ fregola di opinioni - ecco quel che gli piace.
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Carlo Branzaglia, Bside bSide basement liife n°2, Bologna 2000
Gianluca Costantini, nostro amato comics editor, è sicuramente uno dei più interessanti disegnatori a livello europeo nella generazione under 30. Il suo segno raffinatissimo ma anche estremamente duttile gli permette di toccare qualunque registro, da quello comico a quello drammatico; e di variegare l’impatto visivo del tratto, rendendolo di volta in volta aereo e leggero o tortuoso e contorto. Con tutti gli stadi intermedi. Non a caso, il suo lavoro oscilla principalmente fra fumetto e illustrazione, ma non disdegna le uscite nella pittura e nella decorazione; o nella grafica e nel web design, senza soluzione di continuità. In fondo, sono tutti mezzi per applicare le sue visioni.
Di più, Gianluca perde poco tempo a frequentare i salottini buoni o le microlobby che spesso hanno reso il fumetto italiano una questione di famiglia: invece, lavora molto, con quella dedizione quasi maniacale tipica di molti degli autori descritti nel suo pezzo, che oggi non possiamo appunto più chiamare underground, se non altro per il fatto che sono loro (Gianluca compreso) a modificare costantemente il nostro immaginario visuale.
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Roberto Daolio, testo in catalogo Cahiers du Triangle, Salonicco/Bologna/Sant Etienne 2000
Può essere curioso e interessante avvicinarsi al lavoro di Gianluca Costantini scegliendo e prevalendo uno dei suoi lunghi titoli-didascalia: “Squadra i mobili con lance mentre guardo l’Europa fuori dalla mia finestra, e vedo infatti, la polvere rossa schiarirsi.” Ecco descritta una situazione in bilico tra dimensione soggettiva (e narrativa) in divenire e sottile gioco linguistico, irto di rimandi possibili e di citazioni sottese.
L’immagine intrappolata in queste parole ci rimanda un universo di sovrapposizioni e di contaminazioni tra segni e disegni, colori e pattern, in una sorta di “dissolvenza” bloccata. Solo in un secondo momento e con uno sguardo più attento, ci accorgiamo che si tratta di una stampa su carta fotografica. Un procedimento meccanico dunque, in grado di fissare e di raffreddare gli eccessi di una raffinata manualità, non più esibita ma sottesa e filtrata. In questo senso tutto il procedimento e il processo di “scarnificazione” dei linguaggi della tradizione, trova l’abbrivio per nuove schermaglie sul piano pittorico e grafico. E non solo. Anche dal punto di vista dei prelievi e degli assemblaggi mentali tra texture e motivi decorativi, provenienti dalle culture figurative medio e estremo-orientali, si produce una sorta di corto circuito mediale. La fusione tematica che vede comunque quasi sempre presente una figura umana estenuata o moltiplicata e deformata dagli effetti mobili dei contorni insistiti e “graffiti”, propone una pressochè totale bidimensionalità. In modo tale da garantire la convenzione e, al tempo stesso, da suggerire il grado zero delle relazioni e dei motivi. Se esiste una qualche forma di predominio, questa è da proiettare nel missaggio iconografico e nei tasselli o negli spunti “narrativi” che la suggestione sedimentata dei simboli consente di raccordare. Un’altra forte capacità di sapore evocativo viene espressa dalla molteplicità delle variazioni cromatiche; ma sempre sotto il controllo di una progettualità connessa alla riproducibilità e quindi alla “distanza”. Non faccia specie il fatto che Costantini sia anche un autore di fumetti e che questa sua attività lo conduca a misurarsi con la doppia specificità del mezzo. Tutto ciò infatti gli consente di motivare (come si accennava all’inizio) anche una “sottile” traccia narrativa nei suoi lavori di più ampio impatto. E soprattutto gli permette di mescolare le carte non solo in senso metaforico; ben salvaguardando e coltivando i livelli e le differenze all’interno di una lucida attitudine mentale e concettuale.
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Massimo Galletti, “ARCan-Can-Can Hitettura”, Milano 2000
Gianluca ha scritto da qualche parte che il mondo è un massacro (e che chi voglia esprimere in arte la propria felicità è, di conseguenza, un idiota).
Lasciatemi scrivere che un’introduzione che pretende di spiegare non so che di un’opera, tanto più se non scritta dall’artista, è comunque un’idiozia.
Non credo necessariamente in toto a nessuna di queste due affermazioni; credo che possiedano del vero, e mi va di appoggiarle qua, all’inizio.
Poi: so che la poesia non è sintesi esclusiva della letteratura, non è quel modo di esprimersi scarnificando all’osso forma e contenuto di periodi di parole che ci viene tradizionalmente e convenzionalmente insegnato.
Poesia è uno dei modi di espressione, sintesi si di forma e di contenuto ma non di parole necessariamente, bensì di quelli che sono di ogni mezzo espressivo i propri specifici linguistici, a cui ogni arte tende.
Poi Gianluca, artista peccatore di decorazioni contro natura, nella sua poesia a fumetti, probabilmente la più necessaria delle sue molteplici forme artistiche derivate dal segno, è finalmente sconfitto. La sua architettura di simboli e figure subcoscienti si riduce ad un abbaiare smarrito; la sua lucida, elegantemente ed inquietantemente affascinante scrittura qui cade, stanca di tutto, e risorge, ora veramente umana animalingua.
Ancora, Gianluca è arrivato tra quegli artisti del segno che hanno intercettato il crocevia di simboli e colori che tiene in sé arte classica e pop graffiti, avanguardie artistiche ed antenne televisive, arte nata popolare in sintonia e guerra con la complessità moderna.
“Gianluca Costantini: la sua ossessione è il rapporto tra disegni e parole, tra segni e poesia”.
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Dede Auregli, “Il computer onirico”, testo in catalogo R.A.M., Ravenna 1999
Gianluca Costantini ha al suo attivo una ben avviata carriera di autore di grafica su riviste di fumetti, e come artista, diversi riconoscimenti ottenuti nell’ambito dei circuiti che promuovono a livello nazionale i più meritevoli che tuttavia hanno ancora un percorso professionale giovane e tutto da costruire.
Da questa doppia “personalità”, da questo raddoppiamento di interessi, Costantini riesce a costruire un flusso ininterrotto del lavoro poiché dall’una e dall’altra mutua i modi, le tecniche e le immagini così che nelle opere di grande formato, quelle che poi espone a muro, per intenderci, impiega le tavole estrapolandole dal fumetto e, al contrario, può indifferentemente utilizzare l’opera unica inserendola successivamente nelle sue “storie”. E’ chiaro che in questo modo si hanno degli spostamenti di senso anche assai consistenti, ma l’operazione vale in quanto Costantini è particolarmente interessato alla forma/contenuto delle sue immagini – tanto che nelle stripes sembrerebbe che le storie scritte, le parole, fossero esornative, o comunque costruite attorno e dopo le immagini e da esse suggestionate.
Come buona parte dei giovani artisti più intelligenti e aggiornati, Costantini è, in tutti i sensi, figlio del suo tempo e si serve con abilità e intelligenza dei mezzi disponibili e , in particolar modo, ultimamente, predilige il computer.
Il risultato del lavoro si potrebbe definire, per utilizzare un recente neologismo, di “digipittura” o “pittura digitale”, nel senso che computer e scanner servono per elaborare le immagini, scansionate prima e poi sovraimpresse le une con le altre: può trattarsi di disegni realizzati da lui stesso a mano con matite o con chine o acquarellate, di stampe antiche, di fotografie architettoniche o di oggetti, di elementi ripetitivi di decorazione sovrapposti e fusi tra loro ed infine stampati su carta fotografica. Così come avviene per altri mezzi, il computer è un tramite, altamente tecnologizzato e dalle prestazioni flessibili e veloci, che viene utilizzato al pari di ogni altro e che, come ogni altro, è suscettibile di giorno in giorno di sempre nuove perfettibilità. Mezzo del qui e ora, il computer può venire impiegato nei modi più diversi, quello che conta è però la ragione che sta alla base della creazione dell’immagine. Il flusso immaginativo scorre a comporre, a scomporre e a ricomporre in una fluida complessità associativa, e quello che ci ritorna è una sorta di “collage” dominato da situazioni totalmente fantastiche, estremamente soggettive.
Il clima complessivo appare onirico, anche i tono sono lo più cupi, e anche se i lavori sono ricolmi di pattern decorativi ed il segno stesso esagera in questo senso, non ci troviamo mai alla presenza di un freddo e statico calligrafismo, piuttosto ne risultano immagini mobili, all’interno delle quali trascorre una continuità di forme e d’intenti capace di attualizzare e rivitalizzare i dèja-vu.
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Roberto Daolio, “Freethinker”, Torino 1997
"Dobbiamo scoprire cosa siano le parole e come funzionino. Esse diventano immagini una volta scritte, ma immagini di parole ripetute nella mente e non l'immagine della cosa stessa." William S. Burroughs
Accade che le parole si scontrino con le immagini e prima ancora di diventare qualche cosa di nuovo e di intrecciato, in modo complesso ed indissolubile, si possano distendere all'interno di una storia giocando di rimessa per pulsare a un ritmo scandito di pause e di assenze. Allo stesso modo il disegno asseconda lo scarto, la deviazione e si impone all'interno della tavola come contrasto mobile e repentino. Tra le pause e le assenze si arricchisce di spasmi e di scatti improvvisi. Il bianco e il nero, il vuoto e il pieno, respirano fianco a fianco, ma senza concessioni. Il respiro è lungo, sebbene a tratti si "rapprenda" in modo concitato, per scoprire nessi sintattici articolati e molto vicini ai piani mobili di una decoratività espressiva che deborda dallo "sfondo" per generare nuove figure.
Ciò che maggiormente colpisce in tutto il lavoro grafico di Gianluca Costantini non è tanto l'aderenza o meno ad uno stile eclettico per definizione e personalissimo nel rigore dei richiami e delle citazioni assimilate, quanto piuttosto la precisa volontà di scardinare e di reimpostare i ritmi delle sequenze "narrative" e le pause (apparenti) del recupero delle "illustrazioni". Fumetto anomalo, dunque, tuttavia in grado di riformulare le convenzioni all'interno di una complessità di "segno" e di disegno che riflette una profonda cultura visiva. Dai "classici" degli anni trenta ai graffiti, da Hokusai a Matisse, da Rubino alla Secessione viennese, da Schiele a Kolo Moser, da Hogart a Munõz, a Tardi... Fino a rielaborare i tanga tibetani, le decorazioni etniche e i mandala, in un raffinato sincretismo che spesso si stende sulla tavola intera, a stento trattenuta dai margini e dalla "cornice".
A nche quest'ultima "storia", Freethinker, dedicata ad Allen Ginsberg, sembra comunque proiettarsi al di là della pagina, in una dimensione reale di passaggi e di sfondamenti, di flash e di squarci di luce, per andare oltre e al di là delle "pure immagini di parole ripetute nella mente" (A. Ginsberg)
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Fabrizio Passarella, “Freethinker”, Torino 1997
"Com'è difficile essere felici e com'è pericoloso guardare dalla finestra".
Ci sono individui segnati, anime timbrate dal marchio di una speciale grazia dolorosa. Li si riconosce sempre, non importa dove si trovino, se abbiano aperto le ali, o se stiano, stentando, di alzarsi in volo. Nelle anse di uno speciale tatuaggio - per chi lo sa vedere - è segnato il codice di ciò che saranno : e faranno sempre la stessa cosa, perfezionandola per tutto il loro cammino. Percorreranno senza esitazione le mappe particolari stabilite con precisione dagli ingegneri dei destini, quale che ne sia il prezzo. Quando l'ho incontrato, Gianluca camminava già un metro più avanti e una spanna più in alto di tutti, impressionante nella sua determinazione e nella sua fame onnivora di saperi e tecniche, ma nel lasso di pochi anni il suo lavoro ha avuto un'evoluzione e ha raggiunto una perfezione stupefacenti, fino a sintetizzare questa lunga e appassionata filigrana che si dipana su pagine miniate. Lo spirito di Seraphita le percorre e vi alita, precipitando in abissi-mandala, innalzandosi in vortici di calligrafie, passando attraverso griglie di una crudeltà sottile e disincantata che solo i cuori più incantati conoscono. Il segno raffinatissimo, di un Beardsley postmoderno si potrebbe pensare, se questo paragone non fosse contraddetto dall'apparente ingenuità dei suoi personaggi, che a guardare bene, però, sintetizzano il candore di una generazione allattata con il latte velenoso del Punk, di Frigidaire, degli androidi gibsoniani, delle tenebre acquarellate di Dave McKean, ma anche, e in maniera del tutto involontaria, ne sono certo, delle maschere pineali di Ontani, filtrate attraverso il pervasivo splendore ieratico ravennate, quella sua particolare anemia bizantina. Il segno raffinatissimo si diceva, si deposita instancabile in concrezioni bidimensionali di fiori giapponesi, onde neoliberty, profili egizi, scarafaggi e ratti di un'eleganza quasi dandy, in un instancabile repertorio di decorazione sontuosa che sublima nella china beardsleyana - appunto - il percorso circolare di culture "altre" catturate e citate con il candore e la sapienza di un ufficiale di pattuglie angeliche. Gianluca racconta, con la virtuosa sicurezza di un maestro, storie spezzate, involute, di creature araldiche - disarmanti incarnazioni in B/N della sua armatissima innocenza, dove il ricordo, la nostalgia del futuro, il diario e la citazione romantica si intervallano come un codice celtico( o arabo, o Maya), lontani eoni da quello che siamo abituati a chiamare fumetto, anche quello new wave, ma che sono piuttosto il diario di un serafino in esilio, che, attraverso piccole cosmogonie segniche, tenta di tracciare - per la gioia dei nostri occhi e dei nostri cuori -, mappe per il ritorno ai cieli più sottili, agli abissi più luminosi, con la pazienza instancabile e generosa di un benedettino che sa dover preservare il ricordo di ineffabili scienze dopo il collasso della civiltà.
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Sabina Ghinassi, "Gaze on the war", testo in catalogo Gemini Muse, Torino 2005
L'artista costruisce un intervento etico-estetico: una riflessione sulle testimonianze della seconda guerra mondiale in un'area particolarmente segnata. La scelta è il confronto con il passato rimosso: ora la guerra sedata dal notiziario tv è sensorialmente simile a quella dei pixels di un war game da playstation. Senza perdere una vocazione assolutamente contemporanea, Costantini ritrova invece un altro sguardo sulla guerra, ne incide i momenti con segno tagliente, li manipola con grazia scabra e dissonante, fors'anche affettiva. E resta sempre elegante e velato di un'ironia dolce-amara, struggente nella traduzione calligrafica e quasi cronachistica dei pezzi del museo: un elmetto trasformato in scaldavivande, l'elenco dei caduti lungo la Linea Gotica, il numero dei cacciabombardieri alleati.
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Giovanni Barbieri", Ecco a voi Macchina Suprema", inguineMAH!gazine n.1 maggio, Roma 2003
Gianluca Costantini, come ormai universalmente riconosciuto, è pazzo. Venne da me, una sera di qualche anno fa, con una grande cartella nera sotto braccio, zeppa di disegni. Erano tavole a fumetti, senza testo e senza uno scopo preciso: frammenti e sequenze accostati arbitrariamente. In tutto, dodici pagine di segni impazziti e capricciosi ghirigori. Una splendida pazzia.
Gianluca è così: lavora sempre. Se lo vedete a far niente, finge. Quella volta, però, chiese il mio aiuto. Voleva che cavassi fuori da quelle pagine una storia di ampio respiro, con un inizio, una fine e dei personaggi. Una storia classica, insomma. Un bel casino, vorrei aggiungere. Ma l’idea di sceneggiare un frammento di storia già disegnato e inserirlo in un progetto più grande mi piaceva. Così ho accettato.
La parte più impegnativa fu cercare il filo conduttore di quelle pagine. Quello che mi colpì delle immagini fu il loro carattere religioso. Gianluca trasforma tutto in forme bidimensionali. Invece di imitare il reale, ne disegna l’essenza, ne distilla i simboli, un po’ come gli scienziati che riducono il tangibile in numeri. Be’, poteva essere un punto di partenza. Quei disegni potevano diventare le sacre scritture di una nuova religione.
Così, ripetutamente percosso e seviziato, il mio cervello prese a macinare un’idea narrativa. Creare una macchina per diventare Dio. Il costruttore della macchina e i suoi parenti sarebbero diventati una nuova sacra famiglia, che Gianluca avrebbe ritratto nei suoi santini bizantini. La storia avrebbe ruotato attorno alla ricerca di segni. Per me che sono ateo, una tegola in testa è sfiga e basta. Magari un altro lo prenderebbe per un segno: ha fatto qualcosa di male. Se ci guardiamo attorno, è zeppo ovunque di se | | |